Frammenti di Calabria nella Bovesìa di Gerhard Rohlfs

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Bova- immagine tratta dal libro di Edward Lear – Diario di un viaggio a piedi

 

Lasciando l’arido letto del fiume di Condofuri, siamo saliti alla seconda dorsale e poi siamo scesi ad un’altra fiumara che scorre al mare sotto Amendolea, un borgo munito di castello ma deserto, a metà strada verso il cielo, e ancora lontano da Bova. Qui siamo entrati nel Distretto di Gerace, e siamo stati fermati per ordine dei gendarmi che, usciti da una baracca, ci hanno chiesto di vedere i nostri passaporti; dopo questo imprevisto abbiamo affrontato la salita per Bova per diverse ore. Ma pur camminando faticosamente verso Bova, la città sembrava il vascello fantasma, mai vicina. (…) a Bova (… dove tutti gli abitanti parlano un greco corrotto, e sono chiamati turchi dai loro vicini) c’è una vera antica colonia greca, o piuttosto i rappresentanti di una setta che esiste ad Arnendolia, datata dal tempo di Locri e altre colonie. I bovesi sono particolarmente ansiosi di informare il forestiero che non hanno rapporti con i moderni immigrati di Albania. Nessuna lista di questi colonizzatori, per quanto io sappia, include questi greco-italiani del sud; la loro grande distanza dai posti più frequentati della penisola, e il loro conseguente limitato rapporto con i vicini, hanno, secondo le loro storie, contribuito a mantenere la loro razza distinta.”

Edward Lear- Diario di un viaggio a piedi -Rubbettino

“Poi questa mattina, un’informazione fornita dall’albergatore mi ha impressionato: all’interno delle terre, dalla parte di Reggio, i montanari parlerebbero un dialetto proveniente direttamente dal greco dell’epoca di Omero. È vero o si tratta del greco tardivo portato dalla colonizzazione bizantina del vi secolo? Sono greci: Bova, Condofuri, Roghudi, Samo di Calabria, Pentedattilo, Bagaladi… un altipiano si chiama “Piano della Limina” (dal greco limne: palude). Haghia Cyriake (Santa Ciriaca) è diventata la moderna Gerace.”

Maria Brandon-Albini – Calabria – Rubbettino

 

Gerhard Rohlfs

Tra i tanti viaggiatori che, nei secoli, si spinsero in terra di Calabria, ce n’è uno che, più di tutti, si interessò al prezioso  passato della nostra terra, con un lavoro meticoloso di ricerca linguistica che coinvolse, e avvolse, tutta una serie di aspetti che gli consentirono di andare fino in fondo all’essenza di quello che si apprestò a studiare.

Era da un po’ che pensavo di scrivere qualcosa su questo piccolo uomo dall’aspetto gentile.  E devo ammettere che,  mai come questa volta, ho provato per lungo tempo un sentimento di riguardo, da rasentare a momenti la soggezione, che mi ha lasciata muta di fronte al foglio bianco: quasi come a voler evitare di rimanere piccola di fronte ad un gigante, seppur dalle sembianze dolci e garbate.

Ho dovuto familiarizzare un po’ con lui, con la sua opera e con la sua bendisposta considerazione per la  mia terra per accorgermi che, nonostante la grandezza delle sue opere e dei suoi studi legati alla lingua italiana, alla sua evoluzione, ai suoi dialetti, quello che aveva fatto di tanto grande per la Calabria era stato il risultato di un approccio di semplicità, e amore, e passione, che non poteva prescindere dal luogo e dalla gente, e da tutto quel buono che persiste, sotteso e “disturbato”, in molti luoghi di questa terra di confine.

Gerhard Rohlfs era nato a Berlino il 14 Luglio del 1892, e fin dai primi studi universitari nutrì una grande passione per lo “scavo linguistico” delle lingue romanze –  in particolare l’italiano e in modo speciale i dialetti della Calabria -, che lo portò ad esplorare quei luoghi di cui amava captare i suoni, per  studiarne, poi, l’origine e l’evoluzione moderna.

Italianista di altissimo valore,  glottologo e dialettologo tra i più stimati nel mondo, il suo interesse per il dialetto calabrese  nacque, come spesso amava raccontare, da un evento vissuto in prima persona durante la prima guerra mondiale, quando, ancora studente universitario, ebbe dei permessi speciali per visitare alcuni campi di prigionia. Fu lì che entrò in contatto con molti italiani, provenienti da diverse regioni, di cui ebbe modo di ascoltare i dialetti e, nello specifico, si accorse che i calabresi avevano modi diversi di parlare e orecchiò alcuni idiomi che volle approfondire.

Così, alla stregua di Goethe,  e di tutti quei viaggiatori che avevano sentito il bisogno di toccare con mano ciò che si apprestavano a studiare, si mosse alla volta della Calabria, senza non poche preoccupazioni legate alle troppe maldicenze attribuite a questa terra, considerata “terra di passaggio” o, ancora peggio, “da evitare” (come, peraltro,  fece Goethe nel suo «Viaggio in Italia»): una terra irraggiungibile, tacciata di una reputazione dura e controversa,  complice il gravoso pregiudizio legato alle presunte insidie che squarciavano in due l’immagine di questi luoghi: belli e maledetti, con paesaggi da esplorare e abitanti tratteggiati come briganti e assassini.

Dicerie smentite, e quasi sempre aggiustate nel tiro, da chi, spinto dal sentimento di avventura, decideva di percorrerli dal di dentro, sfidando persino  quelli più impervi e malvisti, per scoprire che la verità appariva sempre ben diversa da come veniva raccontata. Una verità che anche Rohlfs  non disdegnò dal sottolineare: tant’è che di frequente amava  raccontare,  in maniera scherzosa,  che l’unico furto in Italia l’aveva subito a Roma da parte di un suo connazionale, ma molto più sapientemente amava  esaltare, con assoluta convinzione, quel senso di ospitalità e di accoglienza, che riscontrò tra la gente di questi territori nei suoi instancabili viaggi in questi luoghi, la cui origine era innegabilmente da rintracciare nella antica xenia  (ξενία) di matrice greca.

Scrisse, infatti, in un articolo apparso in Germania: “Calabria! Quali foschi e raccapriccianti ricordi non si destano in Germania al pronunziare del nome di questo estremo ed inaccessibile nido del brigantaggio! Quale ripugnanza ed orrore non persistono tuttavia, anche a Milano e a Roma, per questa terra famosa, dolorante e malnata; così miseramente ed ingiustamente dallo Stato negletta… In questa Terra infiltrata della cultura di parecchi secoli, e in cui tante nazioni si avvicendarono l’una dopo l’altra, ogni fiume, ogni pietra, ogni paesello annidato su di una rupe rappresenta qualche cosa piena di memorie storiche; e da tutta la superficie sua spira come un soffio di antico e venerabile tempo“.

Il suo lavoro di “ricerca sul campo” iniziò nel 1921, anno in cui intraprese la sua meravigliosa avventura in terra di Calabria. Una terra che amò in maniera viscerale e appassionata e alla quale si accostò con un fare semplice e complesso allo stesso tempo.  Una passione che lo portò ad entrare in empatia con la parte più profonda di quei luoghi, sulle tracce di quella cultura che sentiva ben radicata, soprattutto in alcuni dei 365 paesi che camminò, nell’arco di quasi 60 anni (dal 1921 al 1982), senza mai stancarsi e scoprendo, ogni volta, nuovi stimoli da approfondire. Visse per molti anni a stretto contatto con i suoi abitanti. Intervistò contadini e pastori, maestri di scuola e artigiani, segretari dei comuni, medici e farmacisti, intessendo con loro rapporti intimi e profondi,  attraverso  una complicità fatta di incanto e ragione,  grazie alla quale ebbe l’ardire di ripercorrere  a ritroso la presenza di una lingua antica, alta, che aveva resistito nei secoli alla forza  e alla violenza di eventi  storici, politici, sociali e religiosi.

Inerpicandosi  tra le pieghe di lemmi, espressioni , vocaboli e strade impervie di quella parte di Calabria, sconosciuta ai più, definita  Bovesìa, si fece narratore di una memoria che stava andando perduta,  sottomessa alla feroce volontà del tempo e dell’oblio.

È suo, infatti,  il merito di essere stato il primo grande dialettologo ad essersi interessato scientificamente ai dialetti calabresi, portando avanti una consistente ricerca che gli permise di rintracciare termini appartenenti al greco antico, specie nella parte più meridionale della Calabria, sostenendo che in quelle zone perdurasse una grecità mai interrotta fin dai tempi della Magna Grecia, e dissentendo, con convinzione, dalla teoria di Giuseppe Morosi.

Fino a quel momento il Morosi era stato il detentore di una verità consolidata, avvalorata dalla sua teoria sulla lingua italiana considerata tra le più importanti, che vedeva l’origine di quel dialetto nella sua matrice ellenistico-bizantina, sostenendo che nella nostra lingua nessun antico dorismo aveva potuto perdurare dopo la colonizzazione romana. La sua teoria ebbe un forte riscontro in molti studiosi italiani, che ne ripresero le fila avvalorando ciò che, invece, fu integralmente smontato da Gerhard Rohlfs.

Rohlfs,  infatti, documentò la continuità di una lingua, derivante dalla colonizzazione megaloellenica in Calabria, di provenienza diretta dal greco parlato nella Magna Grecia. Convinzione  supportata dalla presenza di  termini del tutto scomparsi  nel greco moderno, alcuni  dei quali risalenti  proprio al periodo dorico e riscontrati nella maggior parte dei casi nella parte più meridionale della Calabria, laddove l’occupazione romana non era riuscita a latinizzare completamente né la lingua né la cultura di quella gente. E questo grazie, soprattutto, alla particolarità della zona del versante jonico dell’Aspromonte, che nei secoli si configurò come una sorta di “ isola tutelata”, al riparo da influenze linguistico-culturali che avrebbero potuto compromettere la conservazione della sua specificità ellenofona.

Secondo la sua tesi, nell’entroterra, e quindi lontano dai centri di collegamento e di scambio e, dunque, dall’ influenza latina, la lingua greca non aveva subito contaminazioni, proprio perché il latino era molto distante dall’essere la lingua spontanea dei parlanti.

Gerhard Rohlfs durante le sue escursioni in terra di Bovesìa

Una tesi avvalorata e sostenuta da una mole di lavoro svolto sul campo, alla stregua di uno “scavo” nei substrati della terra, che aveva elaborato attraverso anni e anni di ascolto, con serio e scientifico impegno, per rinvenire termini e suoni che si avvicinassero a quelli di una lingua pura e senza contaminazioni.  Un lavoro di ricerca che aveva coinvolto ogni più piccolo particolare da cui fosse possibile recuperare tracce di quel passato, tanto lontano quanto presente e sorprendentemente vivo. Il lessico, la toponomastica, i soprannomi,  gli oggetti, gli avvenimenti culturali, le usanze, i proverbi, i giochi:  fatti piccoli o  notevoli che fossero,  tutto  per lui aveva un senso logico (e filologico). Ogni particolare rinvenuto nel suo percorrere a piedi, o sul dorso di un mulo,  le zone dell’isola della Bovesìa, e della Calabria in genere, venne registrato, catalogato, studiato e fotografato.

Sostenne questa tesi in diversi suoi scritti,  tra i quali ricordiamo quelli più importanti,  «Lexicon Grecanicum Italiae Inferioris»,  «Scavi linguistici nell’antica Magna Grecia», «Grammatica storica dei dialetti italogreci»  «Nuovi scavi linguistici nell’antica Magna Grecia».  Un lavoro in continua evoluzione, che non si fermò mai sulle proprie convinzioni, ma rielaborò, di volta in volta, le sue stesse tesi con l’aggiunta di nuovi documenti e nuove scoperte che non si fermò mai di ricercare, come lui stesso tenne a precisare:  “In quanto alla mia opinione sull’origine della grecità calabrese dell’Italia meridionale non s’ignori che, in base ai miei ulteriori studi, in parte ho elaborato più solidamente la mia teoria in vari aspetti importanti, in parte l’ho modificata sostanzialmente, da quando, nel 1924, la sviluppai per la prima volta.(…) La trattazione che segue si propone di chiarire ulteriormente la situazione, problematica e discutibile, sulla base di nuove cognizioni che ho potuto raccogliere negli ultimi anni (…) prendendo contemporaneamente posizione contro le affermazioni con le quali gli oppositori hanno tentato di confutare la validità della mia teoria”.

La sua opera può essere considerata  un vero e proprio “unicum”, che ha contribuito a ridefinire e chiarire, in un breve lasso di tempo, quello che nel corso dei secoli aveva rischiato di essere annientato e relegato nella dimenticanza globale. Grazie, soprattutto,  al metodo con cui furono effettuate le ricerche, ha contribuito a riscrivere la storia linguistica della Calabria e, contemporaneamente,  ha svolto una importante funzione storica e persino sociologica, rivestendo un ruolo fondamentale persino nella raffigurazione  rinnovata  della sua gente, raccontata,  anche,  attraverso un  vastissimo repertorio fotografico lasciatoci in mezzo alla immensa documentazione raccolta. La fotografia per Rohlfs svolse, infatti, un ruolo altresì importante nel suo avvicendarsi alla narrazione dei contadini e pastori della Bovesìa, cultori inconsapevoli e detentori di una ricchezza tanto grande quanto profondamente ignorata e sconosciuta ai più. Immortalò frammenti di vita vissuta nell’avvicendarsi dei giorni fatti di lavoro e attività quotidiane: i gesti, le espressioni del viso, le movenze, l’approccio al quotidiano, fatto di usanze e tradizioni,  e tutto ciò che di autentico amava cogliere, parlavano, attraverso il silenzio,  quanto, se non di più delle tante parole che ascoltava durante le sue instancabili ricerche e interviste, coadiuvandolo in quel minuzioso lavoro di ricomposizione di un mosaico dalle infinite sfumature.

La Calabria fu, dunque, sempre al centro dei suoi studi e delle sue attenzioni, dopo essergli entrata prepotentemente nella parte più profonda dell’anima: un’anima che, nel corso di un instancabile viaggio attraverso la memoria, aveva saputo cogliere, e mostrare, l’essenza di un luogo, restituendola  al tempo  con una forza immutata. Ecco perché possiamo definirlo, parafrasando Giuliano Bonfante, che lo definì  “Ipsis Italis Italior”, “più calabrese dei (o di molti)calabresi”.

Certo è che noi Calabresi dovremmo sentirci intimamente debitori nei confronti di questo piccolo grande uomo. Un uomo venuto dal Nord che aveva saputo entrare in empatia con la parte più impervia e inaccessibile di una terra ricca quanto umiliata, tanto da  decidere di trascorrere il resto della vita, seppur con intervalli più o meno ampi, insieme alla “sua gente”, che amò di un amore reciproco e ricambiato e a cui dedicò, nella sua opera più bella, – “ Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria”, – una frase che rimase nel cuore di tutti coloro i quali ebbero il modo e la fortuna di conoscerlo:

a voi

fieri calabresi 

che accoglieste ospitali me straniero

nelle ricerche e indagini 

infaticabilmente cooperando

alla raccolta di questi materiali 

dedico questo libro 

che chiude nelle pagine 

il tesoro di vita 

del vostro nobile linguaggio”.

Una dedica che diventa una vera e propria dichiarazione di quanto e quale amore nutrisse per la Calabria, e per la gente di quel piccolo lembo di terra tra i boschi dell’Aspromonte, e la dimostrazione di quell’ardente desiderio, che nutriva dentro di sé, legato al riscatto di quella lingua antica, parlata ormai solo dai contadini e dai pastori,  che sarebbe diventata il conseguente affrancamento di una cultura tutta e la riconquista della dignità di un popolo.

Eloquente, in questo senso, fu quel campanello d’allarme che, già nel 1928, aveva lanciato dalle pagine della rivista «Anthropos», con lo scopo di attirare l’attenzione di storici, intellettuali e non solo. Scrisse, infatti: “Quale sarà il destino di queste popolazioni greche, che,  benché in iscarsi avanzi, fino ad oggi si sono potute mantenere nel mezzogiorno d’Italia? (…). Scompariranno irrevocabilmente anche questi ultimi avanzi del greco italico, se non interviene il governo d’Italia (…). Forse questi paesi greci hanno meno diritto di essere dichiarati monumento nazionale che i trulli di Alberobello e le pitture bizantine?“.

La sua “tesi della continuità” fu contrastata da molti studiosi, soprattutto italiani, e appoggiata da tanti letterati e linguisti stranieri.  Complice il regime fascista, che imperava in Italia al tempo in cui Rohlfs diffuse al mondo scientifico le sue scoperte, il mondo universitario in Italia, allineato al regime (tranne per poche eccezioni), non accettava la tesi di una contaminazione “inquinante”  nella  lingua italiana, discendente diretta e assoluta della lingua latina di Roma, da parte della sottocultura dialettale, tanto più che si trattasse di una contaminazione che metteva in luce la superiorità  della lingua greca rispetto alla lingua latina. Racconta lui stesso, infatti, in una lettera al suo biografo Salvatore Gemelli, riguardo ad una conferenza che doveva tenersi a Cosenza nel 1932 e sospesa a causa delle ostilità degli intellettuali fascisti: “La conferenza era stata annunciata con manifestini affissi nelle strade principali della (vecchia) città. Sapevo che la mia teoria non piaceva all’Italia fascista; perciò quella conferenza sembrava una vera offesa alla nazione italiana che stava conquistando l’Abissinia. Come si faceva a pensare, allora, ad un’Italia che non avrebbe avuto la forza di distruggere la grecità in casa propria? Per ordine del federale, la conferenza fu impedita con un annunzio applicato sugli stessi manifestini, motivandolo con la mia cattiva salute. A tale interdizione gli risposi con una lunga passeggiata, che feci nelle ore serali (ora della conferenza) per il corso principale della città”.

Ma la sua risposta più eloquente la diede con le sue opere: in particolare con il «Dizionario dialettale delle Tre Calabrie» che iniziò ad essere pubblicato  a fascicoli (1932-1936), senza dubbio il miglior vocabolario regionale di dialettologia italiana, seguito poi da «Scavi linguistici nella Magna Grecia» (1933), in cui viene delineata la sintesi di tutta la sua teoria.

Rohlfs continuò fino alla fine dei suoi giorni a viaggiare nella sua Calabria, instancabilmente e amorevolmente, restituendo un contributo fondamentale alla rinascita culturale della minoranza grecanica calabrese,  e al recupero di un’identità linguistica e culturale da lui valutata come “monumento nazionale”. Ed è soprattutto  grazie ai suoi studi che il disprezzo, che per lungo tempo aveva  attanagliato una piccola comunità dalle risorse preziose, lascia spazio ad un rinnovato interesse verso una lingua che diventa strumento di identificazione di un popolo e bene culturale da preservare.

“Oggi  coloro  che  si  divertono  a  predire  il  futuro  amano  ripetere  che  le  lingue  sono destinate a scomparire, perché un giorno dovranno lasciare il posto a una lingua universale unica; è significativo che una simile idea sorga  proprio in questo secolo, adoratore della macchina e negatore della personalità. Destinata a essere per tutti, la lingua universale non sarebbe di nessuno. Certo sono rassegnato a scomparire, un giorno. Ma non accetto l’idea che quel frammento della mia spiritualità costituito dalla lingua materna si  annienti  a sua volta e che, dopo la mia morte, le parole cui ho dato il mio respiro cessino di fluttuare al di sopra della mia tomba. Esse rappresentano la parola dell’anima, la parola della continuità familiare che sfida la morte”.

Dezső Kosztolányi  in “Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità” di Jean-Claude Hagège

Emanuela Gioia

bovesia
Area Grecanica Calabrese

l’Area ellenofona Calabrese si colloca nella vasta e articolata valle dell’Amendolea e nelle zone scoscese  più a oriente, dove sorgono le fiumare dette di S. Pasquale, di Palizzi e Sidèroni e che costituiscono la Bovesìa  vera e propria. I comuni che ricadono in quest’area sono: Bova e Bova Marina, Bagaladi, Brancaleone,   Amendolea,  Pentedattilo, Condofuri, Melito Porto Salvo, Palizzi, Roccaforte Del Greco, Roghudi, San Lorenzo, Staiti.

Tuttavia, gli effettivi “confini linguistici” sono differenziati dalla reale persistenza odierna dell’antico idioma, che resiste solo in alcuni dei borghi dell’entroterra.  Bova, Roghudi, Roccaforte del Greco e Gallicianò, frazione di soli 60 abitanti del comune di Condofuri, considerata l’Acropoli della Magna Grecia in Calabria, sono gli unici borghi dove, seppur in ambito prettamente domestico, si parla l’antica lingua dei greci..

Gallicianò, in tutta l’area, è l’unico borgo  tutt’ora interamente ellenofono, e il luogo dove maggiormente sono conservate le tradizioni grecaniche, non solo in ambito linguistico ma anche musicale e gastronomico, grazie alla particolare attenzione, attuata negli anni, per la  salvaguardia e valorizzazione delle antiche radici.

 

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“Nella gioia luminosa dell’inganno”

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lunaria_booklet_1“Dov’è Abacena, Apollonia, Agatirno, Entella, Ibla, Selinunte? Dov’è Ninive, Tebe, Babilonia, Menfi, Persepoli, Palmira? Tutto è maceria, sabbia, polvere, erbe e arbusti c’hanno coperto i loro resti. Malinconica è la storia. Non c’è che l’universo, questo cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte, questo incessante cataclisma armonico, quest’immensa anarchia equilibrata. Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia. E il primo scenario fu la Luna, questa mite, visibile sembianza, questa vicina apparenza consolante, questo schermo pietoso, questa sommessa allegoria dell’eterno ritorno. Lei ci salvò e ci diede la parola, Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale. A Lei rivolsero parole di luce e miele filosofi e poeti, pastori erranti, preghiere le donzelle, nenie i fanciulli, lamenti uomini chiusi nelle torri. Se ora è caduta per il mondo, se il teatro s’è distrutto, se qui è rinata, nella vostra Contrada senza nome, è segno che voi conservate la memoria, l’antica lingua, i gesti essenziali, il bisogno dell’inganno, del sogno che lenisce e che consola. Lunaria da ora in poi si chiamerà questa contrada, Lunaria…”

E invocherò te pure

Lunaria del mio sogno.

(Lunaria…)

Con me, stridendo,

a ogni girar di vento,

t’invocherà il galletto,

il pesce, la bandiera

di latta sui pinnacoli,

i comignoli del tetto

gracchiando, diuturna

preghiera oggettivata,

le croci anémole,

la macchina di canne,

frusciando, sbiaditi

panni, sfrangiate gale:

(Lunaria. Lunaria…)

silente o di voce strana

è l’amore vero, la brama

la nostalgia sincera.

La mia volerà verso di voi

con un messaggio legato alla su zampa,

una parola fragile, indicibile…

Vi prego, custoditela.

Ma già dimenticai…

Ah, voi, aiutatemi, perdo la memoria,

non so più dove sono

non so più chi sono…

 

577b6170-831f-4c2d-81b7-fe161e6c06d6Etta Scollo ha una voce inconfondibile: una voce piena, come il suo essere  siciliana: una siciliana innamorata della sua terra ma, ancor più, della vita e del suo essere artista a tutto tondo.

Nasce a Catania e, come tutta la gente del Sud, si porta dietro (e dentro) quel  “Caos” di cui Pirandello amava definirsi figlio: “Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos”. Un caos che deriva, prima di ogni cosa, dalla difficoltà di essere figli di una terra così variegata e cosi stratificata: una terra la cui cultura è frutto proprio di una mescolanza di popolazioni e razze, passate da questa terra senza mai trovare un amalgama, e che si trasforma in una inquietudine che, per ogni siciliano è anche, e soprattutto, una ricchezza culturale.

Vive a Berlino, Etta. In una Berlino a cui è approdata dopo aver percorso diverse strade: da Torino, a Vienna, ad Amburgo, ma sempre rimanendo legata  a quelle radici di inquietudine che, quasi sempre, hanno la forza di rielaborare quella linfa di creatività che molti siciliani mostrano.

Una  Sicilia che è, quindi, appartenenza, e che dal distacco genera una tensione che si traduce in un nuovo incontro: incontro non solo con le proprie radici verso le quali, inevitabilmente,  quella stessa appartenenza muove, ma incontro, soprattutto, tra anime che fuggono da quelle stesse inquietudini e che brancolano instancabili nel buio delle loro passioni fino a scorgere oasi di condivisione.

E l’incontro tra Vincenzo Consolo e Etta Scollo ha il gusto di quella condivisione: è stato un avvicinamento, prima di tutto spirituale, che si è  trasformato, poi,  in incontro professionale e artistico.

Un incontro che ha subito dato adito alla voglia di costruire e realizzare qualcosa insieme:  “Fu stranissimo: lui venne a Berlino nel settembre del 2009 per propormi l’idea.  – dice in un’intervista –  Era esattamente due giorni dopo la mia separazione.  Io ero fuori di me, mentalmente a pezzi.  Il progetto mi entusiasmava e ho accettato di corsa (…)

Nasce cosi “Lunaria – nella gioia luminosa dell’inganno” , il lavoro discografico di Etta Scollo, che prende forza proprio da “Lunaria“, favola teatrale di Vincenzo Consolo,  il cui protagonista è Casimiro, un Viceré di Palermo, triste e misantropo, idealista e disilluso, oppresso dalla moglie e dai suoi cortigiani, che sogna la caduta della Luna e assiste, poi, all’avverarsi di quel sogno. E nasce, soprattutto,  dalla particolare complicità nata tra i due artisti che, insieme, decidono di mettere in evidenza le potenzialità teatrali e musicali di questo “Cuntu” , come più volte Consolo stesso lo aveva definito,  ispirato a “Lo spavento notturno” di Giacomo Leopardi e  a “Le esequie della Luna” di Lucio Piccolo. Un racconto, nato per essere letto,  che trova il suo completamento nella trascrizione musicale che si fa, poi, pièce teatrale.

Una mescolanza di performance narrativa e arte scenica,  di sonorità e termini dal sapore antico, muovono le fila di un nuovo racconto:  il racconto di una Luna che è metafora della caduta dei miti nel nostro tempo: il sogno di un futuro che svanisce, la disillusione di fronte alla realtà, l’utopia che si fa malinconia.

Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia. E il primo scenario fu la Luna, questa mite, visibile sembianza, questa vicina apparenza consolante, questo schermo pietoso, questa sommessa allegoria dell’eterno ritorno. Lei ci salvò e ci diede la parola, Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale. A Lei rivolsero parole di luce e miele filosofi e poeti, pastori erranti, preghiere le donzelle, nenie i fanciulli, lamenti uomini chiusi nelle torri. Se ora è caduta per il mondo, se il teatro s’è distrutto, se qui è rinata, nella vostra Contrada senza nome, è segno che voi con-servate la memoria, l’antica lingua, i gesti essenziali, il bisogno dell’inganno, del sogno che lenisce e che consola. Lunaria da ora in poi si chiamerà questa contrada, Lunaria…

Emanuela Gioia

 

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Un torinese del Sud

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Il 4 Gennaio 1975 moriva Carlo Levi.

“La Lucania mi pare più di ogni altro, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo […] Qui ritrovo la misura delle cose […] le lotte e i contrasti qui sono cose vere […] il pane che manca è un vero pane, la casa che manca è una vera casa, il dolore che nessuno intende un vero dolore. La tensione interna di questo mondo è la ragione della sua verità: in esso storia e mitologia, attualità e eternità sono coincidenti.
(Gigliola De Donato, Sergio D’Amaro, Un torinese del Sud, Dalai, 2005)

 

craco
Ripropongo, qui, un articolo scritto qualche tempo fa

 

 

 

 

Escher e i paesi (dis)persi e ritrovati.

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File_000Esiste, a Sud, un numero sconsiderato di borghi che hanno perso l’odore della vita, divenendo fantasmi, essi stessi, di ciò che erano e che hanno rappresentato nella storia. Sono tanti. E l’interesse verso certi luoghi, finalmente, comincia a ridestare la curiosità di chi ha la sensibilità per guardare oltre quelle “pietre” verso le quali spesso si avverte disprezzo, come fossero superflue, fastidiose: elementi da estirpare per fare spazio al nuovo, al moderno, al pieno che diventa vuoto con pochi gesti indolenti e rovinosi.
Sono per lo più piccoli borghi di cui, invece, nonostante il vuoto che sembra avvolgerli, si scorge ancora l’essenza ogniqualvolta se ne calpestano i sentieri, spesso rimasti inviolati dalla modernità, che danno adito ad un passo lento e meditato, dove lo sguardo si fa tutt’uno con l’anima e scorge quell’incanto, che non ha tempo, riportandolo ad un presente che all’improvviso sembra riempirsi di una bellezza che è lì: ferma, immobile, che non ha mai tradito e che aspetta di essere scorta.
Lo sapevano bene i viaggiatori dei “Grand Tour” che, nonostante le tante maldicenze, si avventuravano in quelle terre sconsolate e avverse che, una volta oltrepassate, ammaliavano gli ospiti con le loro bellezze nascoste, riconoscibili solo da chi sapeva scorgerne il carattere che, in questi luoghi, non ha mai avuto mezze misure.
E certamente quello stesso spirito, avventuriero e avventuroso, ma certamente ragionato, spinge un artista come Escher a muovere il suo sguardo proprio su quella parte d’ Italia che scoprirà piena di contraddizioni e contrasti, di paesaggi mozzafiato che facevano da contenitore alle molte arretratezze, all’asprezza delle montagne e del clima, alla mancanza di strade percorribili, aggiungendo documenti alle tante testimonianze scritte e alle immagini generosamente lasciate da chi, già prima di lui, aveva osato sfidare la sorte, spingendosi ben oltre le terre conosciute di Napoli e Palermo. Scrittori e viaggiatori inglesi come Edward Lear, George Gissing, Norma Douglas, Henry Swinburne, avevano già tracciato le orme di una bellezza pressoché sconosciuta e poco considerata che, su percorsi incisi come solchi dalla grandezza della Magna Grecia, si svelava attraverso altre verità e altri sguardi, contribuendo alle tante fonti documentarie che ci restituiscono una Calabria diversa: una Calabria che diventa meta e non più impervio passaggio, che diventa impareggiabile scrigno di una identità culturale preziosa e che ad ogni passo scopre nuove bellezze.
Maurits-Escher-Self-Portrait-in-a-Globe-1Artista olandese, conosciuto soprattutto per le sue incisioni che hanno per oggetto immagini basate su paradossi matematici e prospettive impossibili, Escher ebbe il suo primo contatto con l’ Italia nel 1921. Insieme ai suoi genitori, intraprese, in quell’anno, un viaggio di 20 giorni lungo le coste del Mediterraneo, percorrendo prima il sud della Francia e, costeggiando la Costa Azzurra, arrivò fino alla Liguria. All’epoca aveva 22 anni e di questo viaggio disse: «all’inizio sembra tutto travolgente ma dopo una settimana tutto diventa ordinario.» Non ebbe, dunque, un impatto appassionante con il paesaggio mediterraneo, ma l’anno dopo, alla ricerca di nuova ispirazione, decise di intraprendere un nuovo viaggio in Italia. Visitò le regioni centro settentrionali e fu molto colpito dal paesaggio e dalle città della Toscana, in particolare da San Gimignano e Siena. L’impatto fu decisamente più imponente, tanto da mutare il legame con l’Italia rispetto al primo svogliato approccio: si innamorò del suo paesaggio, della sua natura, della sua arte antica e decise, nel 1922, di stabilirsi a Roma nel quartiere di Monteverde Vecchio dove rimase fino al 1935.
Roma divenne così il fulcro, il punto di partenza, di tutta una serie di viaggi alla scoperta del Bel Paese. Tra questi i viaggi a Sud che segnano prepotentemente il suo spirito di artista, tanto da far rintracciare ai critici, in queste opere di esordio, l’interesse per temi che avranno poi un esclusivo e personale sviluppo nell’artista maturo.
A Sud Escher rimane conquistato dalla particolare struttura dei piccoli centri della Calabria, con il loro impianto complicato e complesso che si adagia su una configurazione irregolare del territorio e diventa un tutt’uno con il paesaggio: un paesaggio vasto, variegato, con rocce scoscese che portano al mare e alte montagne incontaminate. Con il suo sguardo ne oltrepassa l’aspetto, a volte duro e aspro, a volte delicato e taciturno, scomponendolo in particolari giochi prospettici e fissandone l’essenza attraverso una rilettura originale della bellezza di certi luoghi.
Viaggiò molto a Sud. E in Calabria vide molti e molti luoghi: da Pizzo a Tropea, Nicotera, Palmi, Scilla e Melito Porto Salvo, raggiungendo i paesi più interni nel più profondo sud, costretto a proseguire il viaggio, sui sentieri più impervi, con un mulo, grazie al quale riuscì a raggiungere alcuni paesi ai piedi dell’Aspromonte tra cui Palizzi e Pentedattilo. E poi ancora, proseguendo verso Nord, Gerace, Stilo, Santa Severina, Cariati, Rossano, Morano e Rocca Imperiale.

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Maurits Cornelis Escher – Pentedattilo, Calabria, 1930

Pentedattilo (dal greco penta daktylos: cinque dita), uno dei borghi più affascinanti della Calabria, è certamente uno dei paesi che più colpirono l’artista, stupito dalle visioni che la stessa natura riusciva ad offrire allo sguardo (il paese sembra, infatti, custodito nell’incavo di una grande mano, sovrastato da cinque dita di roccia), e che raffigurò in diverse opere.
Di questi viaggi rimangono meravigliose xilografie e litografie di grande pregio, che ritraggono paesaggi ai suoi occhi unici e sorprendenti: immagini che parlano più di mille parole, perché hanno la forza e l’immediatezza della meraviglia che spinge l’occhio oltre lo sguardo svogliato e superficiale di chi osserva senza guardare fino in fondo. E, nonostante possa sembrare una breve e insignificante parentesi, l’osservazione del paesaggio italiano ebbe certamente un ruolo molto importante nella ricerca dell’artista, tanto da influenzarne tutta la produzione successiva.
Nel 1935,infatti, Escher lasciò l’Italia perché il clima politico gli era diventato insopportabile, a causa del regime fascista che diventava sempre più oppressivo. Si trasferì prima in Svizzera, poi in Belgio e poi in Olanda,dove vive il suo periodo artistico più prolifico, in cui abbandonerà completamente la rappresentazione della realtà per creare quei giochi che, più tardi, saranno definiti “visioni interiori”. Escher motivò questa scelta spiegando che nei paesaggi di Belgio e Olanda non c’era  nulla di così bello da ispirarlo. Dirà infatti lui stesso: «Il motivo per il quale, dal 1938 in poi, mi concentrai sull’interpretazione di idee personali è, principalmente, la conseguenza del fatto di aver lasciato l’Italia. In Svizzera, Belgio e Olanda, dove abitai successivamente, le forme del paesaggio e quelle architettoniche m’impressionarono meno di quelle dell’Italia meridionale»
Quello della permanenza in Italia, e della meraviglia che le bellezze del  paesaggio sono state in grado di suggerire al suo sguardo, è certamente stato un piccolo tassello della formazione artistica e spirituale di Escher. Ma, nonostante l’apparente irrilevanza, lasciò un segno indelebile nella mente dell’artista divenendo addirittura determinante per l’impulso verso l’entusiasmo e l’incanto: un punto di partenza, verso quel mondo infinito e paradossale che negli anni a seguire si appresterà a rappresentare, che ci piace pensare sia proprio iniziato da qui: dai declivi scoscesi del paesaggio interno dei nostri paesi, gli stessi che oggi soffrono di una solitudine inquieta, illustrata spesso nei racconti di grandi artisti che ne hanno raccolto l’essenza, facendone ispirazione, per andare, poi, verso altri mondi solo apparentemente distanti e completamente separati.

Emanuela Gioia

A Pa’

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Caro Calvino,
(…) tu dici che rimpiango l’ “Italietta”: tutti dicono che rimpiango qualcosa, facendo di questo rimpianto un valore negativo e quindi un facile bersaglio.
(…) Che degli altri abbiano fatto finta di non capire è naturale. Ma mi meraviglio che non abbia voluto capire tu (che non hai ragioni per farlo). Io rimpiangere l’ “Italietta”? Ma allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderòn , non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me! Perché tutto ciò che io ho fatto e sono, esclude per sua natura che io possa rimpiangere l’Italietta. A meno che tu non mi consideri radicalmente cambiato: cosa che fa parte della psicologia miracolistica degli italiani, ma che appunto per questo non mi par degna di te.
L’ “Italietta” è piccolo-borghese, fascista, democristiana; è provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare. Vuoi che rimpianga tutto questo? Per quel che mi riguarda personalmente, questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni . Questo un giovane può non saperlo. Ma tu no. Può darsi che io abbia avuto quel minimo di dignità che mi ha permesso di nascondere l’angoscia di chi per anni e anni si attendeva ogni giorno l’arrivo di una citazione del tribunale e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere nei giornali atroci notizie scandalose sulla sua persona. Ma se tutto questo posso dimenticarlo io, non devi però dimenticarlo tu…

P.P.Pasolini “Scritti corsari”

Un anno fa ripercorrevo le emozioni del viaggio di ‪‎Pasolini‬ attraverso quell’Italietta che si faceva spazio tra mille contraddizioni, palesi e non. Un viaggio che lo porta fino a Sud, di cui svelerà certe verità: scomode, ma di una attendibilità talmente alta e spiazzante da rivelare, con il consueto fare profetico, i risvolti tristi e annunciati di una realtà sempre più tangibile.

Oggi, a 40 anni dalla morte, lo ripropongo. di seguito il link:

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