Alvaro Mutis: un navigante che somiglia un po’ a noi.

Fabrizio De Andrè ne era rimasto folgorato: in lui, rievocando i sentimenti di «Maqroll il Gabbiere», eterno viaggiatore, marinaio solitario e avventuriero, sempre pronto a schierarsi dalla parte dei più deboli, aveva ritrovato quella parte di sé che appartiene a tutti coloro che si apprestano a stare dalla parte degli ultimi, anche quando ci si sente sconfitti in partenza, anche quando questo comporta estensioni emotive delle più svariate, a cominciare dal senso di frustrazione,  di delusione e di impossibilità ad essere felici. Ci si sente ultimi e basta. E si impara a narrare la sconfitta.
Alvaro Mutis ci ha lasciato. E, inevitabilmente, con lui vola via un altro pezzo di Faber, ma non solo.
Grande amico di Gabriel García Márquez, che lo aveva definito «favolosamente simpatico»,  Mutis rappresenta un importante esponente della letteratura sudamericana. Colombiano di nascita, aveva trascorso la sua infanzia in Belgio, dove il padre era ambasciatore della Colombia. A nove anni aveva fatto ritorno nella sua terra per poi lasciarla ancora, e questa volta in maniera definitiva, nel 1956 anno in cui fu costretto a trasferirsi in Messico per evitare il carcere in seguito ad una denuncia, con l’accusa di peculato, mossa contro di lui dalla compagnia per la quale lavorava. In realtà, quella denuncia era legata al regime oppressivo della dittatura del generale Rojas Pinilla, al quale Alvaro Mutis si sentiva profondamente estraneo e contrario. Non riuscì, infatti, a scampare il carcere, perché fu giudicato da un tribunale militare: vi rimase per quindici lunghi mesi, in attesa di giudizio, nel terribile penitenziario di Lecumberri e ne uscì solo quando il governo militare cadde e lui fu assolto «perché il fatto non sussiste» .
Quella del carcere fu sicuramente una delle tante esperienze che tracciarono il suo percorso letterario e poetico, oltre che di vita; fu una di quelle esperienze dolorose e drammatiche che con il trascorrere del tempo incrociano il vigore e la potenza del mutamento di quelle stesse avversità in consapevolezze concrete, proprio nel senso di formative, costruttive,  accrescendo la capacità di un individuo di fermarsi a riflettere prima di giudicare. E Mutis capì, in quell’occasione, che «perfino il più pericoloso criminale serba dentro di sé un innocente» e che troppe volte è la società nella quale si vive ad essere colpevole più che la persona stessa.
Scoprì, infatti, grazie a quella esperienza estrema, che dietro ogni carcerato c’è un uomo con delle sfaccettature di uomo per bene, nonostante gli errori che la vita lo ha portato a compiere, nonostante vi sia una “maggioranza” completamente indifferente a quel mondo di esclusi che provano solo ad avere il coraggio di tentare un cambiamento.
«[…]ricorda Signore questi servi disobbedienti/alle leggi del branco/non dimenticare il loro volto/che dopo tanto sbandare/è appena giusto che la fortuna li aiuti/come una svista/come un’anomalia/come una distrazione/come un dovere» (da Smisurata Preghiera F. De Andrè)
Ma lui, a questo Signore, invocato per dare una possibilità ai disobbedienti, non vuole proprio credere. Tutta la sua opera narrativa, incentrata sul viaggio come esplorazione profonda del mondo e di ciò che lo circonda, si può riassumere in una parola chiave: la «disperanza», la speranza, cioè, che viene messa da parte nonostante la passione alla vita che accompagna questo stesso sentire. E’ una sorta di lucidità che non fa illudere Maqroll di aspettative vane e lo porta al disincanto totale:  ché si può stare dalla parte degli ultimi, dei perdenti, proprio perché tanto, alla fine, non vince nessuno.  «[…] desesperanza significa non cadere nella trappola dell’attesa illusoria di “qualcosa” e credere invece nella possibilità di effimere, probabili gioie, e quindi nell’amore, nell’amicizia, nella natura, negli animali…» dirà lui stesso in un’intervista.
Il continuo viaggio di Maqroll diventa metafora di un peregrinare nei meandri dell’animo umano, una esplorazione intrinseca che si rivela ad ogni approdo, laddove ogni luogo , ogni volto, ogni racconto, diventano traslitterazione di quell’unico approdo che Mutis riesce a compiere, come «il vento che non lascia traccia, quello tanto simile a noi, al nostro mestiere di vivere, che non ha nome e ci sfugge tra le mani», cercando nella morte quel silenzio che  ininterrottamente viene spezzato dalle inutili voci umane e ricominciando ogni volta lo stesso viaggio.
Mutis è lui stesso un gabbiere ( il cui “termine italiano […] non rappresenta appieno il significato del termine spagnolo «gaviero», dato che descrive sì il marinaio addetto alla vela di gabbia, ma non si riferisce esplicitamente al ruolo di «vedetta» che è il significato principale del sostantivo spagnolo) che prova a comporre quel miraggio che, di volta in volta, osserva prima degli altri e che ogni volta ridefinisce nella continua ricerca di quell’approdo. Ma il suo è un approdo che non c’è, perché è lui stesso a tenersene distante: è un approdo che rimane sogno ogni volta, proprio come quei nòstos che rimangono relegati nella memoria  di chi continuamente ricerca se stesso attraverso la ricerca dei luoghi che gli appartengono.
In questa direzione, allora, ha senso parlare della dimensione del Sud in Mutis, quella dimensione che appartiene a tutti i Sud del Mondo e che si ripresenta, quasi come un ritornello, in tutte quelle anime che percorrono la loro vita raminghi, alla ricerca di un ancoraggio che gli è stato negato.
«[…]tutto ciò che ho scritto è destinato a celebrare questo angolo della terra calada, dalla quale emana la sostanza stessa dei mie sogni, le mie aspirazioni, le mie paure e le mie affermazioni. Non c’è una sola riga del mio lavoro che non sia riferita, in forma segreta o esplicita, al mondo senza limiti che per me era quell’angolo della regione di Tolima in Colombia» dirà lui stesso.
Il viaggio diventa, così, confino: e forse il suo viaggio racconta qualcosa di più, chè chi viaggia in direzione ostinata e contraria  si aggrappa , spesso, ad una libertà apparente per approdare, chissà, alla sua vera natura di sradicato per sempre.

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