Quel “mare nostrum”, vessillo di speranza o emblema di sventura?

Forse non bastano le immagini delle centinaia di corpi raccolti nei sacchi, le bare messe in fila con un numero e una foto per avere un nome e una (almeno) degna sepoltura, le parole sussurrate a mezza voce di persone che provano a raccontare la loro storia, le migliaia di vittime che il “mare nostrum” custodisce – quasi come a farsi, esso stesso, campo minato senza scampo e senza via d’uscita proprio come le terre, martoriate da conflitti senza fine,  da cui  provengono – o, ancora, le testimonianze di chi, volente o nolente, si ritrova a sostenere il carico emotivo di certe sciagure sulla propria pelle, facendosi parte attiva per provare a salvare delle anime umane. Persone come noi, figli – come lo sono i nostri – di madri – come lo siamo noi – giovani che portano con sé i propri sogni e le foto delle loro vite: sorridenti e pieni di speranza. Forse certe storie non ci toccano finché la disperazione, che ti porta a regalare l’ultimo sogno che ti rimane in mano a dei delinquenti (meschini pure loro) insieme all’ultima possibilità di una vita dignitosa, non  la tocchi con mano. E noi italiani oggi, nonostante tutto, non siamo così disperati e non lo saremo davvero fino a quando continueremo ad assecondare capricci e assurde e ridicole stravaganze di una classe politica che può essere tranquillamente paragonata agli scafisti che hanno in mano la vita di chi muore annegato.

Il 4 Ottobre scorso, dopo l’ennesima strage umana svoltasi sotto i nostri occhi a Lampedusa, in Italia è stata indetta una giornata di lutto nazionale. Evvabbè, ci può stare: l’Italia è il paese delle ipocrisie, è il paese dei lutti quando ci scappa il morto… per un giorno e poi basta; è un paese in cui gesti come quello del 17 Agosto a Pachino, quando i bagnanti avevano formato una “catena umana” per dare aiuto a dei profughi siriani a mettersi in salvo, rubano le prime pagine dei giornali perché sono scambiati per gesti eroici. Eppure la commozione di questi giorni, che ha toccato tanti sicuramente ma che ha lasciato indifferenti i più, si traduce negli altri 360 giorni dell’anno con termini come intolleranza, estremismo, intransigenza, rigidezza, oltranzismo, razzismo. Termini sicuramente celati sotto veli di ipocrisia, appunto, o di strane frasi farfugliate senza un’apparente logica “per carità non sono razzista, ma ci rubano il lavoro” oppure, ancora, di uno sfruttamento che si consuma giornalmente sotto gli occhi di tutti e dietro l’insensibilità e l’indifferenza di molti. Abbiamo dimenticato la rivolta di Rossano no? Già: sono passati 3 lunghi anni e i diritti che venivano reclamati da persone sfruttate non solo nel lavoro ma anche nella dignità, sono rimasti doveri e basta, assoggettati alla bestiale inumanità di chi, nonostante le leggi contro il caporalato, si arroga ancora il diritto di sfruttamento sotto ricatto.

Dunque l’Italia non è proprio lo specchio più limpido di quel grido di libertà che giovani, donne, anziani, bambini, invocano disperatamente: freedom vuol dire uguaglianza, rispetto, solidarietà, accoglienza verso uomini e donne che, come noi, provano ad avere una vita decorosa, e ancora Aiuti Umanitari da parte di chi si affanna  per rincorrere leggi inutili senza soffermarsi, per esempio, sulla cosiddetta Bossi – Fini ( la legge n. 189 del 30 Luglio 2002) che regola le norme sull’immigrazione facendo a pugni non solo con il valore etico dell’accoglienza ma anche, e soprattutto, con la tutela dei diritti obbligatori nei confronti dei profughi di guerra.

È stato detto di tutto in questi giorni: che la Bossi-Fini può essere ritenuta la causa principale di tutte queste tragedie e che, in realtà, non lo è; che la legge del mare obbliga a soccorrere chi si trova in difficoltà e che, invece, secondo la Bossi-Fini, soccorrere (in questo caso aiutarlo a varcare la soglia del nostro territorio) un “clandestino” costituisce reato. C’è poi chi smentisce accuse di questo tipo, menzionando l’articolo 12 della legge 182 in merito ai reati in caso di aiuto ai clandestini, articolo che evidentemente, non direbbe proprio questo o, quantomeno, non in questi termini. Ebbene, senza entrare nel merito della “cosa” legislativa, la mia riflessione prova a soffermarsi  sulla questione etica (ché impelagarsi nelle questioni normative  rischierebbe di inabissarsi in vie senza uscita) tentando di fare un’analisi di tutto quel che  riguarda il nostro quotidiano e la possibilità di poter fare la differenza tra definizioni e termini buttati lì, a caso, solo per sentito dire. Quei “clandestini”, che clandestini non sono ma “rifugiati” che fuggono dalla ferocia (umana) di uno stato di guerra e disperazione, tentano di  avvalersi del Diritto di Asilo previsto dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e ci provano rischiando quell’ultima possibilità di vita che gli rimane, correndo il rischio di compiere l’ultima traversata che diventa, essa stessa, l’immagine di una esistenza meschina. Osservando le immagini, che in questi giorni passano su tutte le tv nazionali, dei centri di accoglienza di Lampedusa non può non balzare agli occhi quanto queste siano l’ immagine riflessa di una cronaca che racconta di un’Italia assolutamente inadeguata a soccorrere e accogliere delle vite umane: è una “sconfitta umana” vedere come i luoghi che accolgono uomini, donne, bambini, provati da viaggi disumani si trasformino in vere e proprie topaie eclissando totalmente la speranza di una dignità, anche solo apparente, dietro questioni burocratiche e politiche. Forse ciò che si vede in questi giorni a Lampedusa (ma che tante volte abbiamo già visto e tante altre, probabilmente, vedremo ancora) difetta di un valore fondamentale che noi italiani (come cittadini e come istituzioni politiche) fingiamo di non conoscere, ignorando il rispetto nei confronti di vite umane e dei diritti fondamentali alla vita e alla dignità: a Lampedusa come nella totalità di un paese, l’Italia, che troppo spesso rinuncia ad un’apertura nel senso più ampio del termine. Ce lo raccontano le differenze di accoglienza (rispetto all’Italia)  degli altri paesi del Nord Europa nei confronti degli stranieri (compresi noi Italiani!!) e le testimonianze di chi arriva in Italia senza volerci rimanere.

Un’ultima riflessione mi fa soffermare sul valore del rispetto mancato, ancora, nei confronti di una memoria, non troppo lontana, che ci appartiene perchè appartiene ai nostri nonni, ai nostri padri, ai nostri bisnonni: forse basterebbe questo per farci avere un’apertura diversa nei confronti di chi, oggi, come ieri, prova solo ad avere una vita diversa, la possibilità di vivere per non morire e di non morire per provare a vivere.

Emanuela Gioia

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