Il cantore di passioni dimenticate

Il mondo perdutodi Emanuela Gioia

Ho conosciuto Vittorio De Seta che ero già grande e l’amore per la mia terra era già consapevolezza di un radicamento intenso, profondo, che a volte diventa rabbia, a volte diventa disprezzo, a volte incontenibile smania che accomuna un po’ tutti noi che in questa terra (in questo Sud) ci siamo nati, cresciuti e abbiamo deciso di rimanere perché, nonostante tutto, è la nostra terra..

“Il Mondo Perduto” che Vittorio De Seta racconta nei suoi cortometraggi ci appartiene fino in fondo. Ogni singola immagine, ogni singolo suono, ogni singola emozione appartengono con assoluta autenticità ad una cultura che era ,e continua ad essere, l’altra faccia di una terra piena di paradossi e contraddizioni, l’altra faccia di un mondo alto che è quello, più lontano e glorioso, dei templi, dei teatri, degli anfiteatri: l’unico che ha disposto di mezzi considerevoli per essere tramandato e l’unico al quale, noi Calabresi per primi, sappiamo dare lustro al momento del bisogno.

Ma di questa terra c’è tanto da svelare e ciò rende indispensabile il recupero di un passato, non troppo lontano, anche attraverso lo sguardo di chi ha saputo distinguere la vera bellezza di un mondo che non può essere dimenticato: un mondo di cui De Seta riesce a tramandare la vera dimensione trasformando le persone, la fatica, le credenze religiose, i valori, in protagonisti inconsapevoli e portatori di una cultura che, di lì a poco, avrebbe subìto una emarginazione forzata per lasciare spazio alla nuova modernità.

La sua vera intuizione fu quella di lasciare spazio alla verità, quella che non ha bisogno di essere raccontata me che si rivela attraverso le immagini, i suoni, le voci dei protagonisti: una verità che ha avuto la grande forza di conservare l’autenticità di quella dimensione (il mondo popolare), offrendoci la possibilità di rivivere emozioni ancestrali (denigrate e vilipese, poi, assieme a quel mondo), preparandoci a scrutarle attraverso un rapporto diretto, senza tramiti e con occhi diversi. E, i suoi, erano occhi diversi forse perché, non appartenendo a quel mondo, riuscivano a coglierne i lati belli, quelli puliti, quelli autentici, che hanno origine nella notte dei tempi e che vedono l’uomo amico della terra, del mare e dei loro frutti, anche quando tutto questo ci appare brutale e violento. I suoi occhi riescono a percepire, e riproporre, una forte presenza umana la cui bellezza, che esula dall’individualismo, ci pone di fronte ad una comunità, quella contadina, capace di esserlo con gli uomini e con la natura, attraverso la condivisione di momenti di lavoro, di festa, di religiosità. In tutto questo lui, figlio di aristocratici cresciuto tra i signori, riusciva a scorgere, senza difficoltà, una nobiltà diversa, più profonda, non eccentrica ma intimamente riconosciuta come vera.

Ed è per questo che i suoi documentari attuano un processo di ritorno che parte da un invito, incondizionato, a riflettere su ciò che, oggi, ci rende inconsapevoli di una visione falsata e imbruttita di tutto quello che appartiene a quella cultura: una cultura che fa parte della gente, delle sue tradizioni; portatrice di valori autentici; una cultura denigrata e rifiutata perché rimpiazzata, barbaramente, da una nuova modernità.

Quella nuova modernità (gestita dal nuovo potere economico) che, di lì a poco, si sarebbe affacciata in Italia, e contro la quale molti (primo fra tutti Pasolini) si erano opposti, consapevoli di uno scempio che oggi, sempre più incautamente , ci prestiamo ad accettare; quella nuova modernità che avrebbe disintegrato un mondo consolidato su riti e valori che si erano evoluti nel tempo e, dunque, radicati , contrapponendogli modelli nuovi che dovevano rapidamente sostituirsi ai vecchi senza lasciarne traccia.

Tutto quello che è venuto dopo (siamo negli anni ’60 con il boom economico in agguato) ha avuto la forza di annientare certe immagini, certi suoni, certe voci, certe emozioni.

Per Scorsese De Seta è stato “un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta” perché quelle immagini, quei suoni, quelle emozioni è riuscito a farle sue, prima , e a farle esprimere attraverso la loro stessa essenza, fatta di realtà e presenza umana, poi.

Oggi raccontare il Sud diventa compito assai più arduo:i troppi punti di vista (di chi lo subisce, di chi ne vive lontano e lo rimpiange, di chi lo usa per biechi scopi, di chi lo mortifica e lo ferisce) si accavallano attuando processi mistificatori che partono dall’interno, invalidando soprattutto il senso appartenenza e di dignità.

Ma quel mondo, la cui essenza è legata a doppio filo con un sentimento di grande dignità, non è ancora del tutto perduto e sono queste immagini della nostra memoria che, attraverso voci, melodie e rumori della natura, ci riportano indietro nel tempo, ci raccontano la storia della nostra terra, una terra martoriata ma piena di orgoglio, di riscatto, di voglia di tornare come a tornare sono prepotenti le sue tradizioni.

Quel mondo ha solo bisogno di essere riscoperto e non ripudiato, di essere lusingato e non deriso, di essere (ri)guardato e (ri )sentito con il giusto sentimento di appartenenza, quello che Vittorio De Seta ha colto, ha fatto suo e ci ha tramandato come un vero cantore di passioni dimenticate.

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