Don Diana e quelli come lui.

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l’immagine è tratta dl sito di “Libera” che oggi dedica una pagina a don Peppe Diana: http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.ph/L/IT/IDPagina/9580

Una fiction. Si, una fiction.

Ecco cosa serve,ogni tanto,per ricordarci che la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra sovrastano i più deboli e uccidono chi prova a contrastarle. E i grandi come Don Diana, Don Puglisi, e tanti altri che, come loro, ci hanno creduto cedendo il passo, inconsapevolmente e inevitabilmente, a chi,  in maniera violenta e disinvolta, ha saputo agire senza provare misericordia nei confronti dei più deboli, vengono dimenticati o, peggio ancora, ricordati solo e se qualcuno si ricorda di loro e mette su una fiction. Che, per carità, meglio questo che niente.

Don Diana aveva solo 36 anni quando, il 19 Marzo del 1994, fu ucciso dal clan dei Casalesi perché persona scomoda che, in quegli anni in cui il silenzio mediatico era un frastuono insopportabile rispetto a certi argomenti, aveva deciso di stare dalla parte dei più deboli, facendo una fatica immensa a sottrarli dalle paure e dalle sottomissioni che troppe volte incombono su chi nasce e cresce in certe dinamiche e non sa come uscirne se non attraverso quella “legge del taglione” che, a proprie spese e con non poca dignità, impara dalle battaglie quotidiane fatte di soprusi e ingiustizie che non hanno un giudice ma solo criminali. Ma lui aveva deciso di restare, per provare a dare un futuro diverso a quei giovani che non volevano sottomettersi a quelle logiche, ma non volevano sentirsi costretti ad andare via, ad abbandonare insieme ai propri sogni anche la loro memoria e i loro luoghi.

Oggi Don Diana rivive in “Libera Terra” l’associazione contro le mafie che educa i giovani alla legalità, insegnandogli a guardare alla paura secondo altre angolazioni, a guardare alla giustizia secondo criteri che vanno oltre un giudice e uno Stato che ti tutela.

La libertà, di chi si sottrae a certe logiche pur rimanendoci vicino, è il vero coraggio e l’unico insegnamento che oggi possiamo far passare come messaggio ai nostri figli che si affacciano ad un futuro incerto e poco concreto, perché spogliato di quei valori – che siano cristiani o no – che guardano alle persone e non al potere e al profitto.

Don Diana, in nome di quella libertà che predicava, fu ammazzato: quella libertà, che insegnava la divisione netta da ogni forma di favoreggiamento o di sottomissione alla camorra a a tutte le forme di potere in cui questa aveva espressione.

Il 25 Dicembre 1991, durante la messa di Natale, don Diana predicò, con tutta la sua forza e onestà, la bellezza racchiusa nelle parole che raccontano la sua azione civile che lui, nel suo piccolo, ogni giorno e con ogni gesto e sforzo possibile, condivideva con la sua gente e i suoi ragazzi, accettando la paura di non farcela ma non facendosi abbattere.

Queste parole, insieme ai suoi gesti quotidiani, furono per lui un testamento di morte, che arrivò, ingiusta e  puntuale, come per tante altre persone a venire.

Quelle parole, però, sono rimaste e ci insegnano che non bisogna dimenticarle e che non bisogna  dimenticare lui e quelli come lui.

Emanuela Gioia

 Per amore del mio popolo non tacerò, letta in tutte le chiese di Casal di Principe il 25 dicembre del 1991.

Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere ‘segno di contraddizione’. Coscienti che come chiesa ‘dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà’.

La Camorra 

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche 

È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti.

  • Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
  • Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
  • Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
  • Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5).

Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.Non una conclusione: ma un inizio 

Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana

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