Oscar Farinetti, il Sud e la (il)logica “Eatalyana”

Oscar Farinetti e il marchio Eataly
Oscar Farinetti e il marchio Eataly

Oscar Farinetti, il patron (come si usa dire in certi ambienti) di Eataly, in questi giorni troneggia sulla rete grazie a una di quelle provocazioni che, non solo fanno accapponare la pelle per l’imbarazzo, ma danno la misura “globale” di quanto certa gente, che del denaro a tutti i costi riesce a farne una sorta di credo religioso, sia sempre più invadente e invasiva a scapito di chi prova, in maniera onesta e rispettosa, a creare iniziative autentiche e sensate rimanendo sempre ai margini e arrancando, mettendocela tutta, tra vicissitudini burocratiche e insensatezze subordinate all’ignoranza delle persone.
Ma torniamo per un momento indietro.
Eataly nasce a Torino, nell’ambito di un progetto di recupero del patrimonio industriale, negli stabilimenti per la produzione del vermouth Carpano, storica fabbrica attiva dal 1908 fino alla fine degli anni ’80. È il 2007. Il suo patron, appunto, tale Oscar Farinetti, si muove sulla falsa riga del movimento “Slow Food”, l’associazione no-profit fondata sul finire degli anni ’80 da Carlo Petrini, suo maestro e “ispiratore”, che gli accorda la sua benedizione senza crederci, però, fino in fondo, perché – dice- quel nome inglese, per dipiù inventato, non lo aveva convinto fino in fondo.
“Slow food”, attraverso il suo slogan “Buono, Pulito e Giusto” aveva effettivamente messo in atto una sorta di rinnovamento del concetto di sostenibilità legata al cibo che provò a dare una sferzata a quella politica di globalizzazione e di produttivismo che, a partire dal secondo dopoguerra, aveva attanagliato sempre più i piccoli produttori fino al delirio di un processo di commercializzazione paradossale e insensata dei frutti della terra. Carlo Petrini racconta sempre la storia dei peperoni e dei tulipani, uno dei più eloquenti paradossi in questo senso, per provare a rielaborare l’ idea del prodotto come risorsa e non solo come mercanzia da ridurre a semplice profitto:
« (…) Noi producevamo i peperoni, che non rendono più e allora adesso compriamo i peperoni che costano meno e che arrivano dall’ Olanda dove fanno l’ idrocoltura. E cosa coltiviamo noi a Isola d’ Asti dove c’ era il peperone quadrato? Coltiviamo i tulipani e li vendiamo ad Amsterdam». Esempi di questo tipo sono molteplici in Italia, al Sud come al Nord, basti pensare agli agrumi di Sicilia e Calabria martoriati e lasciati marcire come non avessero alcun valore, per non parlare dell’assenza totale del gusto del cibo che via via si è standardizzato divenendo insapore e incolore.
Non è difficile capire la distanza che intercorre tra la configurazione concettuale portata avanti da “Slow Food” e la solita immagine speculativa che si può percepire appena si entra in un qualunque “Eataly” dove, in uno spazio costruito a tavolino, all’interno del quale vengono riproposte scene finte di finti luoghi di aggregazione, come le piazze o i bar o i carretti di frutta e verdura, si esibiscono tutta una serie di prodotti, da quelli freschi a quelli confezionati, tutti “Made in Italy” ed esclusivamente biologici ed ecosostenibili. Peccato che di sostenibile, in certi posti, ci si accorge subito che c’è davvero poco, ma soprattutto che si diventa vittime di una sorta di suggestione che, oltre a farci credere che i prodotti acquistati lì siano di gran lunga superiori ai “normali” prodotti acquistati in un qualunque altro supermercato, ci spinge a credere che tutto quel contesto, dove l’unico vero traino non è altro che il consumo di merce, sia intimamente legato al concetto di sostenibilità di un consumo attento di prodotti e , per questo motivo, diventa eticamente corretto spendere di più. È piuttosto evidente, invece, come quel che si professa come consumo critico e sostenibile diventa subito un paradosso nel momento in cui diventa non accessibile a tutte le tasche. In sostanza diventa una sorta di “luogo d’élite” molto distante dal concetto di quel “ buono pulito e giusto” e, piuttosto, attento alle differenze di classe.
Ma per tornare ai recenti fatti di questi giorni, Il signor Farinetti che, di grazia, ultimamente in quanto a controsensi si difende bene, consentitemi l’espressione, l’ha sparata grossa!
Secondo la sua teoria, che a questo punto si inserisce in maniera oculata e attenta nell’illogica attuazione di una sostenibilità che difende, nascondendosi dietro il dito del “Made in Italy”, quella stesso concetto di produttivismo che ha portato, senza mezzi termini, alla distruzione del pianeta, si potrebbe allargare questo forma di commercio tout court- alla “Eataly”- ad un territorio, quello del Sud Italia, che in quanto a risorse da sfruttare ha sicuramente un ampio ventaglio da offrire. Ebbene: secondo il Farinetti «Il Sud Italia è in una condizione terrificante, molto più grave di quello che possiamo immaginare. E’ stato fatto troppo welfare nelle istituzioni e c’è un clima generale difficile. Ma è anche uno dei posti più belli del mondo: facciamo venire tutti i turisti del mondo lì». E poi aggiunge: «Aprirei a tutte le multinazionali del mondo affinché vengano a farlo. Concederei loro agevolazioni fiscali bestiali, non farei pagar loro le tasse per 10 anni. L’importante è che assumano tutti italiani, che usino prodotti alimentari italiani, tavoli, sedie italiane… farei enormi agevolazioni fiscali per le startup».
Eccolo lì! Del resto è lui stesso a raccontarcelo durante le sue “Lezioni di coraggio”, che periodicamente porta in giro facendo sfoggio, arrogandosi il “dovere” di poterle suggerire ai giovani, delle tecniche acquisite sul campo per poter essere vincenti nella vita, che le sette mosse per «essere coraggiosi sono amicizia, dubbio, tenacia, onestà, furbizia, capacità d’analisi e originalità che ci permettono di essere felici, vincenti e meravigliosi costruttori, insomma dei fuoriclasse.» E di furbizia, in effetti, in questa teoria degli “eco-furbi” ce n’è molta ma c’è anche molta ingenuità. Il Sud ha una (e una sola!) piaga che non ha mai permesso che sul territorio ci fosse sviluppo o quantomeno la possibilità di creare posti di lavoro per chi, invece, si è visto costretto a dover emigrare in altre terre, relativamente lontane solo perché lo sono in termini di distanza dai propri affetti, dalle proprie abitudini e dalle proprie necessità, ma abbastanza differenti da creare squilibri all’interno di un sistema, l’Italia, che porta avanti sottrazioni concrete con il conseguente abbandono di certi luoghi che sono rimasti , sempre più comodamente, “proprietà” di chi – da certi luoghi – ha voluto solo trarne profitto: chè il profitto non è solo costruire aziende o far arrivare le multinazionali, ma anche inculcare un certo tipo di rassegnazione nella gente che vede, in certe dinamiche, l’unica via d’uscita; è profitto e interesse pure quello che ha fatto sì che certa classe politica sfruttasse la povertà creata da un sistema a tavolino.
Laddove sostenibilità vuol dire poter usufruire, da parte di tutti, di un prodotto o di un luogo, senza dover a tutti i costi alterarne l’essenza o distruggerne la propria peculiarità, ecco che la “Sharm El Sheik”, a cui Farinetti fa riferimento quando dice «Per me nel Sud c’è una sola roba da fare: un unico Sharm El Sheik, dove ci va tutto il mondo in vacanza», diventa l’estensione, poco appropriata e poco attuabile, del sistema “Eataly” dilatato verso un turismo che si avvarrebbe di luoghi dissimulati e mimetizzati in un orizzonte unificato da strutture turistiche tutte uguali, che arricchirebbero solo le tasche di pochi senza dare alcun valore alle tante risorse che, da sole, potrebbero bastare a ridare credibilità alle potenzialità che gli appartengono in maniera autentica.
Il signor Farinetti ha, dunque, scoperto l’acqua calda! Ma gli sfugge un aspetto importante della sostenibilità e della riconsiderazione di un luogo, a maggior ragione quando si parla di un Sud in cui esiste una condizione sociale che va oltre le possibili condizioni di accettabilità. La riscoperta dei luoghi, delle loro bellezze legate alle tradizioni e alla cultura, devono partire dall’interno. I luoghi vanno riscoperti nell’anima e non sfruttati per quello che possono offrire. Parlare del Sud in questi termini evidenzia solo il disprezzo per tutte quelle risorse che i nostri luoghi conservano nella memoria in attesa di qualcuno che possa riscoprirle per riviverle in maniera autentica. Il Sud ha bisogno di trovare la giusta consapevolezza di quello che può essere il suo ruolo. Un ruolo che esula dal dovere a tutti i costi scimmiottare altre realtà ma che ha bisogno di valorizzare, e dove serve riformulare, quelle potenzialità che gli appartengono in maniera autentica e attraverso un pensiero meridiano positivo – come direbbe Franco Cassano – abbandonando l’idea di abbattere quei valori che tengono insieme un tessuto sociale ma provando ad accettarli e, laddove serve, provare a migliorarne la portata, attraverso l’ascolto di quelle che sono le esigenze reali e provando a creare punti di incontro e non di divisione.
La logica dell’imprenditoria scaltra lascia spazio solo a chi ne intasca i proventi. Pertanto, fino a quando l’economia legata al profitto continuerà ad essere volano principale di un sistema che basa il proprio sviluppo su concetti astratti e non su fatti concreti, allora gli Oscar Farinetti di turno continueranno ad avere ragione, osannati da folle di ignari che continueranno a riempirgli le tasche contenti di scopiazzare sistemi che non gli appartengono. E, rimanendo a guardare, continueranno a crogiolarsi al caldo di quell’idea negativa del meridione, che avvalora quella sindrome da hybris che attanaglia le regioni del Sud e che non fa altro che garantire, sempre più, l’affermazione trionfale di forme di potere come il clientelismo, il nepotismo e tutte le degenerazioni che ne derivano, in un vortice di ciclicità distruttive.
È necessario fare un passo indietro e cambiare modello: i luoghi non possono diventare merce, così come i cittadini non possono continuare ad essere consumatori passivi. Il Sud ha bisogno di occhi nuovi e nuove speranze per  uscire da uno stato di inferiorità culturale e provare a definire una nuova immagine che possa confrontarsi con le sfide di un futuro sobrio e misurato.
Emanuela Gioia

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