Di viaggiatori e di passanti.

Quando Pier Paolo Pasolini vede la Calabria per la prima volta, la percorre alla stregua di quei viaggiatori che nel Settecento approntavano i loro “Tour” come vere e proprie esplorazioni di un territorio sconosciuto e impervio, dove, per lo più, molti approdavano di passaggio, esautorando quel luogo di ogni peculiarità connessa e fruendone solo da ponte tra la Napoli conosciuta e il Mediterraneo.
La Calabria rimaneva terra enigmatica e misteriosa, celata dai pregiudizi e dalle superstizioni solitamente di origine napoletana. E, in effetti, quei luoghi, in cui la civiltà sembrava non essere mai arrivata, si presentavano come popolati da bestie senza cultura e senza civiltà che si muovevano in circostanze di incredibili contraddizioni, dove le molte bellezze della natura facevano da contrasto, forte, a quel che la gente esibiva: si mostravano come barbari, feroci e vendicativi, senza alcun principio etico e morale.
Pier_Paolo_Pasol_GNe “La lunga strada di sabbia”, il reportage del viaggio compiuto nel 1959 su una Fiat Millecento lungo la costa italiana, apparso in tre puntate sul settimanale “Successo” diretto da Arturo Tofanelli, Pasolini parla della Calabria con sentimenti che sono il risultato di un impatto fugace quanto violento che, inevitabilmente, lo guiderà verso un istinto precoce e dissacrante, quasi a voler cercare in quelle parole un disincanto che, per quanto realistico, sapeva bene, in cuor suo, non essere reale. Scriverà precisamente:
«L’Ionio non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte “Dio aiutaci”- mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così circa fino a Porto Salvo. Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile.
Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno segno di fermarmi. Mi fermo li faccio salire. Mi dicono – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, qui, in questo punto hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma – ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio.
È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello.
Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia.
Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questo forma lieta, vociante: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura»
Parole forti che celano un apparente disprezzo. Un colpo inferto come un fendente che svolazza all’impazzata senza curarsi di chi andrà a colpire. Una verità detta per amore di verità ma, ad ogni modo, scomoda per alcuni, sconvolgente per altri, tanto da sortire accuse di ogni tipo che non smossero di alcunché la posizione di Pasolini. E lui, amante della verità tanto da pagare con la sua stessa vita il non poterne fare a meno, non rinnegò le parole dette e pubblicate ma evitò, con accortezza, di rispondere alle tante provocazioni e alle accuse personali che avevano assunto la forza di diatribe politiche e le sembianze di una vera e propria azione propagandistica, di interesse nazionale, che rispolverava la secolare contrapposizione tra Nord e Sud.
Non vi era intenzione altra nelle parole di Pasolini se non quella di mostrare e raccontare la realtà che gli era passata sotto gli occhi durante il suo muoversi lungo le coste del tirreno e dello Ionio di cui, molto di più, ebbe paura. Ma l’appellativo “banditi”, che con tanta leggerezza era stato usato per descrivere gli abitanti della città di Cutro, non fu molto ben accetto dalla popolazione tutta, tanto che il comune di Cutro, nella persona dell’allora sindaco Vincenzo Mancuso, querela Pasolini per “diffamazione a mezzo stampa”. «Le dune gialle – si legge nella querela – termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia di case linde, policrome, gaie, dell’Ente della riforma dove la laboriosa gente del sud, Calabria, Cutro, fedele al biblico imperativo, guadagna il pane col sudore della propria fronte, e non scrivendo articoli diffamatori contro i propri fratelli, contro gli italiani».
Con una risposta pubblica, sempre a mezzo stampa, Pasolini gestì con intelligenza e serietà la questione che, come si leggerà tra le righe pubblicate da Paese Sera il 28 Ottobre 1959, esulava dal voler sbraitare contro una terra e la sua gente.
Nello scritto, intitolato “Una lettera sulla Calabria”, inviato all’allora direttore della testata giornalistica sopra menzionata, Pasolini chiarisce il disincanto con cui osserva certi luoghi, scrutandoli dal di fuori ma anche, e soprattutto, dall’interno di una “questione”, quella meridionale appunto, che in alcun modo poteva essere nascosta o sottesa ad un attento osservatore, quale lui era, che si fa interprete e poeta di un’umanità discriminata e oppressa: «Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non “bandita” dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? La storia della Calabria – scriveva Pier Paolo Pasolini – implica necessariamente il banditismo, se da due millenni essa è una terra dominata, sotto governata, depressa. Paternalismo e tirannia, dai Bizantini agli Spagnoli, dai Borboni ai Fascisti, che cos’altro potevano produrre se non una popolazione nei cui caratteri sociali si mescolano una dolorosa arretratezza e un fermo spirito di rivolta? E appunto per questo non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuol perpetuare questo stato di cose, ignorandola, mettendo a tacere, mistificandola» e ancora: «In questa polemichetta, i dirigenti democristiani confermano tutto il male che si può dire di loro […]. Non vogliono ammettere che in realtà i banditi ci sono. E precisiamo questa storia dei “banditi”.
[…] Quanto a me, di tutto mi si può accusare fuori che di non essere dalla parte del popolo».
Già in privato Pier Paolo Pasolini aveva provato a esporre il senso delle sue parole rispondendo ad una lettera inviatagli dal dott. Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario di Paola. Il loro scambio epistolare, pubblicato solo da pochi anni, rende evidente con ancora più efficacia il sentimento di appartenenza ad un mondo, quello contadino, al quale il poeta si sente vicino e verso il quale nutre una passione ancestrale oltre che di tipo emotivo-intellettuale. E non poteva non tirarlo fuori, il dott. Nicolini, quell’aspetto emotivo, essendo la sua lettera lo specchio di quella che era la sua personalità di uomo d’altri tempi, medico per passione e accanito difensore delle classi più deboli.

Scrive Nicolini :« (…) ”La lunga strada di sabbia”, pubblicato nel numero di settembre (1959) di “Successo”, ha suscitato in Calabria un’ondata di risentimento, invero molto giustificato, del quale non so se l’è giunta l’eco. Io preferisco scriverle personalmente, anche perché voglio aver la certezza ch’ella conosca il mio pensiero: sarò franco e sereno, e le sarò molto grato se vorrà rispondermi con uguale franchezza e serenità. Chi sa che non si possa giungere alla comprensione e… alla distensione! Molte volte si grava l’animo di rancori per interpretazioni errate o perché si va più in là delle intenzioni altrui. Non è così? » Era un grande difensore delle cose belle della sua terra – il dott. Nicolini – e, per amor di verità, continua con toni discreti quella che è, a tutti gli effetti, un muro imponente di difesa, non solo personale, del giusto. «[…] Ma come ha potuto, signor Pasolini, emettere di tali giudizi sulla base di un rapido colpo d’occhio? Perché, guardi, la Calabria è veramente e dolorosamente povera e depressa, ma che, dai nostri camion gridi la sua invocazione a Dio per non perire, questo no! Anche perché è nella natura di noi calabresi un senso d’orgoglio, direi, smisurato (usi a soffrir tacendo).
Ed ora mi levi una curiosità: da che cosa ha potuto dedurre che Cutro è il paese dei banditi? Ha ospitato nella sua macchina due braccianti dall’aspetto poco rassicurante che le si sono invece rivelati due perfetti galantuomini. Nessuno, in quella spaventosa zona da western, lo ha rapinato o le ha avulso un capello, nessuno lo ha preso di petto e lo ha buttato ne “lo straniero nemico Ionio (povero ceruleo Ionio, culla d’antica civiltà, che agli itali desti, con la gloria, il nome delle tue genti!)”. Strano, poi, che proprio ivi, in vicinanza di Crotone, dove ancora splendono i fasti della Scuola Pitagorica, si sia sentito fuori dalla legge e dalla cultura del suo mondo (ch’è pure mondo d’alto livello). Strano davvero, perché c’è chi, nelle notti lunari, vede ancora aggirarsi, nei pressi della colonna di Hera Lacinia, le ombre del grande saggio e dei suo discepoli che vanno irrequiete dietro l’assillo di intendere le leggi, l’ordine e l’armonia totale dell’Universo. Ritorni per davvero, signor Pasolini, nella nostra povera ma bella e generosa Calabria. A Paola sarà mio gradito ospite. Vedrà tante cose belle che non ha visto e si persuaderà che una buona diagnosi presuppone delle indagini cliniche molto accurate. Sono certo che si ricrederà di molte cose e che non dirà più di noi che siamo un brulichio di miseri e di ladri, e che qua tutto è essenza negativa. Abbiamo le nostre miserie e i nostri difetti, ma abbiamo anche il nostro buon cuore, le nostre virtù e soprattutto il grande desiderio di essere considerati figli non demeriti di una madre comune».
La risposta di Pasolini fu veloce e diretta, nel suo stile di verità tagliente e pur sempre troppo vera: «Gentile dottor Nicolini, devo dirle anzitutto: i banditi mi sono molto simpatici, ho sempre tenuto, fin da bambino, per i banditi contro i poliziotti e i benpensanti. Quindi, da parte mia, non c’era la minima intenzione di offendere i calabresi e Cutro. Comunque, non so tirare pietosi veli sulla realtà: e anche se i banditi li avessi odiati, non avrei potuto fare a meno di dire che Cutro è una zona pericolosa, ancora in parte fuori legge: tanto è vero che i calabresi stessi, della zona, consigliano di non passare per quelle famose “dune giallastre” durante la notte.
Quanto alla miseria, non vedo perché ci sia da vergognarsene: non è colpa vostra se siete poveri, ma dei governi che si sono succeduti da secoli, fino a questo compreso (Governo Segni, ndr). E quanto ai ladri, infine: non mi riferivo particolarmente alla Calabria, ma a tutto il Sud. Sono stato derubato tre volte: a Catania, a Taranto e a Brindisi (sempre nelle cabine delle spiagge). In Calabria ho avuto una rapina a mano armata (di coltello): a cui sono sfuggito solo per la mia presenza di spirito. […]
Questi sono dati della vostra realtà: se poi volete fare come gli struzzi, affar vostro. Ma io ve ne sconsiglio. Non è con la retorica che si progredisce. Tutto questo lo dico a lei, perché mi sembra una persona veramente buona e simpatica, come i due che ho raccolto per la strada di Cutro, e che infine mi hanno salutato con “umanistica gentilezza” (queste erano le mie parole conclusive sulla mia fulminea Calabria: perché non ve ne siete voluti accorgere? È l’ultima parola quella che conta, no?). […]
Mi dispiace dell’equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro “complesso di inferiorità”, della vostra psicologia patologica (adesso non si offenda un’altra volta!), della vostra collettiva angesi, o mania di persecuzione. Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato. E io non vi consiglierei di cercare consolazioni in un passato idealizzato e definitivamente remoto: l’unico modo per consolarsi è lottare, e per lottare bisogna guardare in faccia la realtà. Mostri pure questa lettera ai suoi amici, la renda pubblica, magari la faccia anche stampare sui giornali che hanno polemizzato contro di me. Sono certo che sarò capito. Le ripeto: lei è persona degna di ogni rispetto e anche affetto, e, come tale, cordialmente la saluto, suo devotissimo Pier Paolo Pasolini».
Non possiamo non tener conto di quella che era la situazione di quegli anni. Quella che Pasolini si trova a percorrere, nonostante le innumerevoli e riconosciute bellezze di impronta storica, culturale e del paesaggio, è la Calabria degli anni ’50, quella che Guido Piovene, durante il suo “Viaggio in Italia”, descrive come «una regione in gran parte malata di depressione cronica». E va da sé che, in tale contesto, il termine “banditi”, poco gradito dagli abitanti di Cutro, di cui Pasolini si serve per rappresentare quella gente, non è altro che un termine per designare la condizione di esiliati, messi al bando, emarginati. Condizione nella quale i contadini calabresi, per lo più, si trovavano relegati da sempre, considerati come “servi” di fronte ad un signore, qualora la contrapposizione tra grande proprietà agraria e contadini senza terra, di derivazione post unitaria, permane fino a quegli anni (e non solo). Un problema antico, dunque, e irrisolto, la cui condizione faceva comodo agli interessi dei potenti locali che vedevano, di fatto, nell’immobilismo il presupposto necessario per i loro profitti. Dunque un guizzo di rabbia e desolazione pervade l’animo di Pasolini nel decifrare una situazione di tale “arretratezza” sociale che spingeva verso un’inerzia latente un popolo che, ad ogni modo, «aveva(no) il garbo di salutare, una volta che era stato loro offerto un passaggio in macchina, con “umanistica gentilezza”».
La riconciliazione decisiva, con quella parte che tanto si era sentita colpita e giudicata dalle parole dure e obiettive pronunciate da Pasolini, tanto più che messe nero su bianco si mostravano come segni indelebili di una realtà a tratti subita e a tratti voluta, avvenne quando, ironia della sorte, proprio in quello stesso anno Pasolini vince il “Premio Crotone” con il romanzo “Una vita violenta”.

PasoliniProprio in quell’occasione, che aveva in ogni caso alzato un polverone di indignazione per la scelta fatta dalla commissione (composta, tra gli altri, da Bassani, Gadda, Moravia, Ungaretti e Repaci), al momento del conferimento del premio Pasolini dirà: «Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, – dal quale lo scrittore era stato escluso – perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera. I protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni».
Fu proprio con quelle parole, infatti, che Pasolini si fa interprete, sentendosene parte integrante, di quella umanità emarginata e oppressa verso la quale non avrebbe mai potuto esibire dileggio quanto, piuttosto, collera e rammarico per quello che, del Sud, aveva profondamente scorto senza mezzi termini. In quella occasione fu accolto con grande affetto dai giovani cutresi del PCI che, al termine della premiazione, volle incontrare per regalare loro una copia autografata del suo romanzo ma, soprattutto, per chiarire la sua posizione, come ricorda uno di loro, Luigi Chiellino: «Alla premiazione dello scrittore partecipammo in massa a Crotone nel cinema Ariston. Soltanto Leonida Repaci, componente della giuria, criticò il romanzo per l’eccessivo uso del dialetto romanesco ma il giudizio complessivo fu positivo, testimoniato da un lungo applauso del pubblico». Qualche giorno dopo, «lo scrittore venne a Cutro per conoscere gli studenti – ha ricordato ancora Chiellino – rimanendo sorpreso per il calore umano e per l’adesione alle sue tesi. Gli facemmo vedere alcuni rioni e, rimanendo colpito dalla via Longa, promise di dedicarle una poesia. Alcuni di noi lo sentirono sussurrare i primi versi: “Ogni metro una porta”. Ci diede in omaggio con dedica il libro premiato».
Tenne in serbo, per gli anni a venire, quelle immagini di giovani bisognosi di sostegno e capaci di dare affetto incondizionato, nonostante l’amarezza che faceva da contorno a quel personaggio scomodo che troppo aveva saputo vedere. E proprio questo gli fece cancellare l’amarezza delle polemiche durate fin troppo ma che fin troppo avevano saputo radicare dentro di lui l’immagine di un luogo ferito da troppa sofferenza.
L’esito positivo di quella esperienza, che si trasformò inevitabilmente in esperienza umana e sociale, sarà un ritorno pensato in quei luoghi e da quella gente che tanto gli aveva saputo dare e con la quale Pasolini sentì l’esigenza di alimentare un rapporto intenso e autentico: un rapporto che sentiva particolarmente vivo dentro di se, da artista e poeta, ma soprattutto da persona segnata dalle sofferenza quale lui era.
Tornò ancora in Calabria Pasolini, nel 1964, per mostrarne l’ essenza attraverso i luoghi suggestivi che fecero da sfondo ad alcune scene de “Il Vangelo secondo Matteo”.
E, in quell’occasione, dirà: «Il paesaggio calabrese si esalta, con i suoi meravigliosi contrasti naturali, in cui a dolci pendii si contrappongono violenti sbalzi rocciosi […]. In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé».
Parole intense, miti e piacevoli, con le quali l’animo del poeta si svela e si schiude ad un luogo duro e aspro, che nasconde una bellezza profonda e faticosa da scorgere.
Emanuela Gioia

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