Articolo 23 – Un corto di Vittorio De Seta

Dal canale di “The film Theatre”

A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti.
B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano.
C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli).
D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori.
E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani.
Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi. E dato che non si tratta solo di suscitare (negli adorabili ignari) la coscienza dei propri diritti, ma anche la volontà di ottenerli, la propaganda non può non essere soprattutto pragmatica. […]
E’ un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese. […]Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano – in questa guerra civile mascherata – rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello.
Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell’invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria “puri”, in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti. […]»

Fu Pier Paolo Pasolini a scrivere queste parole, parole che avrebbe dovuto pronunciare al Congresso del Partito Radicale del novembre 1975.
Non furono lette da lui. Due giorni prima Pasolini moriva ucciso barbaramente, ma le sue parole furono lette, davanti ad una platea ammutolita, da Vincenzo Cerami. Parole scomode, come lui era solito fare per amore di una caparbia voglia di verità senza troppi fronzoli. La sua verità esulava dal voler spettacolarizzare o speculare, ma riusciva sempre a suscitare scandalo per il solo fatto di esprimere le proprie idee.
Una profezia, semplicemente svelata, a conferma di quel tanto che poteva essere evitato e che, invece, proprio in nome del progressismo e del modernismo, ha preso piede, nella nostra società (quella occidentale tutta), per volere di un potere che ha assunto un ruolo determinante nel gioco dell’opportunismo e della controllo assoluto.

«Contro tutto questo – concludeva Pasolini – voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticate subito i grandi successi e continuate imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.»

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani. Per la prima volta nella storia dell’umanità, era stato prodotto un documento che riguardava «i membri della famiglia umana e (de)i loro diritti, uguali ed inalienabili». Tutti. Senza distinzioni.
Per la prima volta veniva scritto un documento che rappresentava un « ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.»

CatturaIl corto Art. 23, di Vittorio De Seta, fa parte di un progetto di promozione e divulgazione di certi insegnamenti: ALL HUMAN RIGHTS FOR ALL Sguardi del cinema italiano sui diritti umani , un film collettivo no-profit del 2008 scritto e diretto da diversi registi e sceneggiatori. Un film composto di trenta cortometraggi, quanti gli articoli della Dichiarazione, realizzato, gratuitamente, da autori e maestranze del cinema italiano in occasione del sessantesimo anniversario dalla proclamazione da parte dell’ONU della stessa Dichiarazione Universale, con l’intento preciso di richiamare alla memoria quei principi e propagandarli con i mezzi della comunicazione, provando a sostenere e incoraggiare la denuncia delle violazioni di certi diritti, proprio come Pasolini aveva suggerito di fare, provando a rimanere se stessi e non vittime di una corruzione che rimane fine a sé stessa.
Ed è proprio all’articolo 23 della Dichiarazione che Vittorio De Seta si inspirerà per la realizzazione del suo corto, cogliendo un aspetto dell’Italia del Sud che ha sempre contraddistinto un luogo e la vita di chi ne ha condiviso gioie e dolori, amori e sofferenze.
Girato a Pentedattilo, il borgo che lui stesso definì “emblema di un cambiamento”, racconta una storia che è la storia di molti, e che si lega a doppio filo con il destino di chi incrocia le proprie vite e ne fa fonte di insegnamento.

Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.” Art.23- Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo- 1948

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è, ancora, dolorosamente disattesa, anche perché troppo sconosciuta e continuamente fuorviata.
La “Tolleranza zero” è un esempio globale imposto con violenza da un sistema che difende ad oltranza i diritti di pochi e fonda i propri principi sulla esasperazione dell’egoismo e sulla paura del diverso. È una politica che penalizza quella parte di umanità che fa fatica a sopravvivere. Sono gli ultimi, i più deboli, i primi bersagli da colpire: coloro i quali non hanno nulla a cui aggrapparsi se non una “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani “ spesso neanche conosciuta e, quindi ,destinata a ad essere raggirata e trasgredita da tutti i punti di vista.

Emanuela Gioia

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