Frammenti di un itinerario emotivo. Alan Lomax e le terre cantate del Sud.

Un filo sottile tiene insieme immagini e suoni di un tempo passato, un tempo in cui i valori che costruivano, pietra su pietra, la vita di tutti i giorni erano il lavoro e la fatica che si accompagnavano, però, sempre, all’ amore per la vita e alle passioni autentiche che quella vita, fatta di semplici bellezze, regalava ad ogni occasione: che fosse di festa o di dolore, ogni evento era vissuto in maniera intensa e, in maniera intensa, venivano raccontate certe circostanze che vedevano sempre le comunità riunite e in totale condivisione.

Scilla, Calabria. Donne lavorano il lino sulla spiaggia, Luglio 1954
Scilla, Calabria. Donne lavorano il lino sulla spiaggia, Luglio 1954 Fonte foto: http://www.culturalequity.org

Lo si capisce subito osservando i volti di quella gente che Alan Lomax, l’«Americano», come lo avevano soprannominato i contadini calabresi increduli e sbalorditi da quello “straniero” che li invitava a cantare, suonare e ballare, ha immortalato e tramandato, insieme alle emozioni che trapelano da quelle immagini, i suoni e le voci che accompagnano una narrazione antica: il racconto di un mondo che non esiste più, che è stato spazzato via dalle intemperanze della modernità ma che, per fortuna, sopravvive nella memoria di chi lo ha vissuto e di chi ha avuto la prontezza di catturarne le tracce più autentiche, quelle che si avvertono solo da chi ne comprende gli slanci e ne somatizza odori, sapori, immagini attraverso i sensi, tutti.
Nell’estate del 1954 Alan Lomax, dopo aver deciso di ampliare la divulgazione di quelle tracce di cultura popolare che il progresso economico e sociale stava lentamente cancellando, sbarca in Sicilia dove inizia il suo nuovo itinerario emotivo per aggiungere un nuovo capitolo al suo straordinario archivio sonoro.
È il sud degli anni ’50 quello che si trova di fronte e di cui si innamora perdutamente. Un Sud segnato dalle ingiustizie della guerra, dalla fame e dal bisogno di riscatto che si rispecchia nei volti segnati dalla fatica e dalla sofferenza e nelle suggestioni che certe immagini, fatte di mulattieri, contadini, pescatori e lavoratori delle vigne, o donne che cantano «con le bocche macchiate di viola» e «schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano», lasciano impresse nell’animo di Lomax.
In Italia, Alan Lomax, scoprirà le meraviglie di una terra tanto variegata e disparata, che racconta storie diverse a seconda del posto in cui ci si muove. Parlerà della sua esperienza italiana, che parte proprio dal Sud e dalle sue terre martoriate e dencopj170.aspigrate, come di un’esperienza tra le più profonde della sua vita, tanto da intitolare il suo libro, che ne raccoglie le immagini e le suggestioni, “L’anno più felice della mia vita”. Un libro che contiene una lunga testimonianza della figlia Anna Lomax Wood e una presentazione di Martin Scorsese, che ricostruisce quello straordinario esercizio di conoscenza partendo proprio dalle annotazioni, di stupore, di sbalordimento e di frastornata rivelazione, che accompagnarono quel viaggio, come confermerà proprio sua figlia nel ricordo di quel periodo vissuto al seguito del padre: «Alan non si stancò mai di ripetere che il paesaggio sonoro che aveva scoperto in Italia era il più ricco, il più sorprendente vario e originale da lui mai incontrato, e fu sempre molto fiero delle sue registrazioni. (…) so che lavorare con gli italiani, a ogni livello, lo aveva divertito molto: gli erano piaciuti l’acume intellettuale, il senso del tragico e del comico, l’ironia e la capacità di superare ogni ostacolo che aveva trovato in tanti amici- cantanti, musicisti, ricercatori come lui.»
Considerato tra i fondatori dell’etnomusicologia, Alan Lomax aveva già attraversato in lungo e in largo il sud degli Stati Uniti e risalito il fiume Mississippi alla ricerca delle tracce della musica popolare americana e delle origini del blues.
Poco più che diciottenne, negli anni ’30, approda per la prima volta nel profondo Sud degli Stati Uniti d’America dove affronta le sue prime esperienze di viaggio accompagnato dal padre John Avery Lomax, che a quel tempo era il responsabile dell’ “Archive of folk song della Library of congress” di Washington. Quello da cui viene attratto, in quel peregrinare nelle terre dell’America rurale della prima metà del Novecento, fu soprattutto l’aspetto sociologico che volle documentare, attraverso la cultura musicale sia dei “poveri bianchi”, quelli che vivevano nelle zone depresse delle regioni meridionali, quelle dei Monti Ozark o degli Appalachi, tra Kentucky e West Virginia, che dei discendenti degli schiavi deportati dall’Africa. Registrando i canti dei condannati ai lavori forzati e dei lavoratori delle piantagioni di cotone durante la grande depressione, degli anni trenta e non solo, e raccogliendo canti e ballate blues con registrazioni e annotazioni sul campo, si trasformò in un vero cacciatore di tesori musicali che narravano la realtà delle diseguaglianze sociali e l’oppressione esercitata dalla cultura dominante.
Arrivato in Italia si accorge subito che, soprattutto nel Sud della penisola, era conservato un grande tesoro ancora da scoprire e da far conoscere e di cui, naturalmente, non esisteva alcuna documentazione scritta. Questo tesoro lo insegue e lo racconta, afferrandone l’essenza di quello che è il senso di quel suo stesso cercare. Insieme all’etnomusicologo calabrese, Diego Carpitella, a cui chiese collaborazione e compagnia per quel suo muoversi tra Scilla, Melia, Palmi, Bagnara, Cardeto, Giffone, Mammola, Cinquefrondi, Vibo Marina, Nicastro, registra circa 130 brani solo in Calabria. Ma il viaggio continua per altre regioni d’Italia, alla ricerca dei suoni della musica popolare, ed alla fine i pezzi raccolti furono oltre tremila. Dalla Sicilia al Piemonte, alla Lombardia, all’Abbruzzo, alla Liguria e al Salento, al Friuli, al Veneto, Lomax registrò e conobbe migliaia di cantanti e musicisti che, durante i momenti di festa e di lavoro, tramandavano una tradizione secolare, aggiungendo tarantelle e zampogne a quell’immenso archivio, fatto di anni di ricerca e passione, nel quale echeggiano nomi come Leadbelly e Woody Guthrie.
Un lavoro immenso, ore ed ore di suoni registrati sul Magnecord PT-6 trasportato in un furgone Volkswagen, che diventa spunto di riflessione sulla bellezza di un repertorio che non è solo ricchezza musicale ma anche etica e morale. È una musica che parla alla gente ma soprattutto parla della gente, delle sue emozioni, dei dolori e delle gioie che si alternano in quel vivere semplice, ma intenso, quale era la vita di quei tempi. Nonostante la fame e la fatica quei canti ci danno la misura di quanta ricchezza, differente e inconsueta per la modernità, risiede nelle piccole cose quotidiane che, in quel mondo fatto di cose semplici, esistono come presupposto necessario.
A volte i canti sono di dolore, a volte di autentica felicità. Spesso l’urlo si fa aspro e amaro, avvinghiato alla speranza e alla voglia di cambiare quella situazione di fatica. Lui stesso, in una annotazione tra le tante appuntate qua e là nei suoi viaggi “on the road” attraverso le terre aspre del meridione d’Italia, dirà «L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate, i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia.»
E in questo Alan Lomax rivedrà un po’ di America, di quell’America che per anni, insieme a suo padre, aveva girato per documentare le disparità e la sofferenza di quella parte del Delta del Mississippi che urlava il dolore della schiavitù, dell’emarginazione e della voglia di riscatto che resisteva alla fatica e alla sofferenza.
Ascoltare quei canti diventa un vero e proprio viaggio, che ci conduce, attraverso i suoni e le immagini, in una sorta di viaggio interiore alla riscoperta di una bellezza ancestrale che fa parte delle nostre radici e difficilmente non riconosciamo come tale. Ogni suono si collega ad un gesto e ogni gesto ad una emozione: l’emozione di riscoprire un tempo andato che nonostante la dissoluzione tangibile, sopravvive come essenza per guidarci verso un futuro dalle sembianze rinnovate e ridimensionate.

Emanuela Gioia

TONNAROTI

«Ricordo quel giorno quando portai il mio vecchio e malandato registratore Magnecord su una chiatta per la pesca del tonno, quindici miglia al largo del Mediterraneo limpido, blu. Da mesi nemmeno un tonno era caduto nella trappola sottomarina, e i pescatori non erano pagati da quasi un anno. Eppure intonavano a gran voce i loro canti intorno all’argano come se fossero davvero impegnati in una ricca retata: a un certo punto incominciarono a battere i piedi nudi sulle tavole, simulando le convulsioni mortali di una dozzina di tonni. Dopo, ascoltando la registrazione, applaudirono alla loro performance , come fanno tanti cantanti d’opera. I loro canti – i primi, credo, a essere registrati in situ – avevano solo due argomenti: i piaceri del letto che li attendevano a riva e l’infamia del proprietario della tonnara, che chiamavano pescecane».

Da: Alan Lomax “L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-55)
A cura di G. Plastino. Il Saggiatore

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