Le anime nere della Calabria: luci e ombre di un riscatto lontano

animenere_locandinaUscirà di nuovo nelle sale cinematografiche Anime Nere, di Francesco Munzi, dopo la vittoria di ben nove statuette al “David di Donatello”. Miglior film, migliore regia, miglior fotografia, miglior produttore, miglior canzone originale, miglior musicista, miglior montaggio, miglior sceneggiatura, miglior suono di presa diretta.
Liberamente tratto dall’omonimo libro di Gioacchino Criaco, edito da Rubbettino, Anime Nere ci racconta la storia di quelle anime brancolanti nel buio di un luogo non luogo, delimitato da un territorio abbandonato a se stesso che si ritrova rifilato addosso un primato di inutilità, e di apparente inesistenza, che non lascia scampo. Un primato pagato a caro prezzo e di cui, certamente, avrebbe potuto fare a meno, ma che, invece, si trascina dietro come un fardello pesante e arroventato, che puzza di sangue e di amari epiloghi, che non vanno mai a scemare ma aprono scenari infiniti, come infinite sono le guerre tra vittime e carnefici, che si intervallano a seconda di uno scambio di ruoli e senza rimedio.
Sono i figli di questa terra, di queste montagne. Figli di un substrato che raccoglie i cocci di un immobilismo che fa il paio con uno Stato che non li vede, che li ignora e che li abbandona, come cani sciolti, ad un destino segnato da un Nero che si svela in ogni sua sfumatura.

«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali». Corrado Alvaro inizia così il racconto della vita dei pastori d’Aspromonte, gente (rin)chiusa in un mondo arcaico e primitivo, vittime, loro stessi, di quelle uniche regole che li porta a fare le scelte peggiori o di soccombere, per sempre, a quelle stesse regole.

E il film di Francesco Munzi, che racconta l’anima nera del crimine dal di dentro, dalla radice stessa di chi si dimena, tra povertà e voglia di riscatto, per arrivare per primo e provare a dare una sterzata, prova a coglierne l’essenza respirandone l’aria e le emozioni, camminandone i percorsi, aspri e ostili, provando ad aprire varchi per infilarci spiragli di luce.
È una storia di sangue, di riscatto e di destini segnati che, nonostante l’apertura verso nuovi orizzonti – dal Nord Italia al Nord Europa fino ad arrivare in Sudamerica – si richiude su se stessa proprio da dove era partita, proprio da dove aveva iniziato quella finta ascesa verso il potere. Un potere che si dimostra dannoso e che si ritorce contro, come un karma, per ricordare da dove si è partiti e da dove ha inizio la storia.
A fare da scenario alla storia di tre fratelli, figli di un pastore dell’Aspromonte, che si scontrano con la voglia di riscatto sociale a tutti i costi, sono proprio gli stessi luoghi che vengono raccontati e che, attraverso una fotografia fatta di contrasti e sfumature, di luci e ombre, di armonie della terra e disordini umani, si alternano insieme ai sentimenti di amore e odio, di fratellanza e ostilità che accompagnano lo svolgersi di tutta la vicenda.
La Calabria criminosa, vista dal di dentro – come Munzi ce la fa vedere – fa quasi meno paura e desta meno stupore di quanto ci si possa aspettare. Ci si accorge, invece – e questod42ec1a82e1624135bc99c920b5df12a_L con molto stupore e molta paura – di come a viverne quei disordini, consumati con sentimento umano, siano persone che solo vagamente fanno trapelare quella forza atavica, primitiva, che li trasforma in bestie, crudeli e inferocite, che mettono a nudo quei sentimenti disumani che spesso ci vengono raccontate dalle cronache.
E allora viene d’istinto interrogarsi su quanto chi si appresta a raccontare certe dinamiche possa aver avuto un abbaglio o quanto, concretamente, quella realtà, fatta di un tessuto sociale che prova a togliersi di dosso la povertà e l’odore delle pecore, si rifaccia a quegli stessi sentimenti, solo apparentemente inavvicinabili alle dinamiche criminali, che tuttavia soccombono, come irretiti da quella spirale di odio che genera violenza e dalla quale potranno svincolarsi solo con la medesima carta.
E come nella tragedia, che certamente fa capolino per ricordare quanto sia vicino quel mondo al nostro, il sentimento di vendetta si alterna alla follia, celebrando rituali dai quali non si scappa, anche quando la colpa non è sempre consapevolmente commessa: anche quando la sorte diventa fatale e inarrestabile, nonostante sia stato fatto tutto il possibile per evitarla.
È un film che fa riflettere e che racconta, in maniera cruda, i sentimenti di chi si trova di fronte alla scelta di andare o rimanere, laddove rimanere può voler dire non avere la forza di muovere un solo dito per interrompere quella ecatombe che usurpa, prima o poi, le case di tutti. Devastandone l’anima. Rimandando tutto al prossimo giro. Un giro che rimane senza fine però: o che può essere troncato, a seconda di quanta forza si metta nel decidere di scorgere altre verità. E altre storie da raccontare.
Il finale rimane imparziale e inafferrabile: non c’è vendetta nel gesto di Luciano, ma neanche giustizia. C’è solo la morte, senza ritorno. Un approdo che rimane sfuggente e inaccessibile, che concede solo l’illusione di una vittoria e riporta al punto di partenza, da dove si era partiti: ché da lì, certamente, tante altre strade potevano, e possono, essere percorribili.

Emanuela Gioia

2599820“Tanto, troppo sangue hanno versato e fatto scorrere i figli dei boschi, fratelli inutilmente e stupidamente divisi. Possano Dio e gli Dei placare lo spirito guerriero che li anima, e scacciare il Demone che li possiede.”

Da Anime Nere, di Gioacchino Criaco – ed Rubbettino

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9 risposte a "Le anime nere della Calabria: luci e ombre di un riscatto lontano"

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  1. Grazie per la bella recensione. Non sono ancora andato a vedere il film, spero di poterlo fare prossimamente quando tornerà nelle sale.
    Purtroppo le cose che hai scritto segnano e fanno male. Andare o rimanere? Io sono partito e me ne pento spesso.
    Ciao

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  2. ho visto il film e devo dire che la tua recensione rispecchia il senso cupo e violento della cultura arcaica che il film ha inteso esporre e manifestare. Però, secondo me, si poteva dare di più sia in termini di impatto emotivo che di resa scenografica, un buon film senza dubbio, forse uno dei primi che tratta tale argomento con una buona dose di verità e di denuncia, ma manca quell’immedesimazione che graffia e che scuote, anche gli attori non raggiungono livelli di drammaticità tale da “darti un pugno nello stomaco”. Forse è solo per la mia incapacità di compenetrarvi a fondo che non lo reputo un film da cineteca (ma conosco bene quella terra essendo la mia, non credo di sbagliarmi). Rimane la tua indubbia bravura nel comunicare sensazioni e impressioni come fossero di chi ti legge. Ciao

    Piace a 1 persona

    1. Grazie mille.
      Il film lascia perplessi perché, soprattutto per chi, come noi, conosce bene quella terra (che è anche la mia!) si aspetta risvolti violenti e crudi, che diano seguito alla realtà che racconta: una realtà fatta di sangue e di violenze che spesso vanno oltre quello che si può immaginare. Ma fa riflettere su quanto, dietro quella violenza e la ferocia di certe dinamiche, vi siano comunque degli uomini, vittime di loro stessi e di quelle stesse dinamiche. È un approccio più introspettivo che difende un criterio di concrete possibilità. Forse non del tutto possibili, ma certamente auspicabili…

      Piace a 1 persona

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