Mi presento

«La vita o si vive o si scrive: io non l’ho mai vissuta se non scrivendola».

Credo di poter racchiudere in questa breve frase di Pirandello l’essenza di quello che può essere la mia descrizione: la scrittura rappresenta per me un modo per sublimare una vita che a tratti si presenta ordinaria e banale, a tratti  incostante e inconcludente. Forse perché ho sempre chiesto di più a me stessa: di più in ogni cosa, di più in qualunque possibile situazione. Scrivere mi è certamente più congruo perché più facilmente mi permette di scandagliare mondi e circostanze che nella vita, spesso, non ho il coraggio neppure di riconoscere.

Di ogni cosa mi interessa l’altro, ché il mostrato è parte di quel tutto che banalizza l’esistenza.

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2 risposte a "Mi presento"

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  1. “Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli di un altipiano d’argille azzurre sul mare africano” . Una semplice forma di vita quella di una lucciola,eppure nel suo interno vi è custodita la luce,l’energia vitale il grande mistero che l’universo muove.questo il pensiero di un genio, di un monolite della nostra letteratura, che in un epitaffio,in un ermetico soffio letterario individua umilmente la sua vita nell’attimo stesso del mistero ,in quel processo arcano che illumina una forma di vita così semplice in cui egli stesso si riconosce.E’ di questa segreta luce che ogni vita brilla e diventa degna di essere sondata,vagliata,apprezzata ed amata .Ogni vita che si accende e muore su questo pianeta ,così come la luce pulsante di una lucciola ,perpetra la grandiosità e l’enorme mistero che essa accompagna.
    (Frase di Luigi Pirandello)
    L’umiltà lo rese grande è la stessa umiltà ho riconosciuto nella tua presentazione.

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    1. Grazie per queste belle parole, fin troppo generose.
      C’è un filo sottile che mi lega a questo gigante della letteratura, che si sente figlio del Caos – “Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos” – e che da quel Caos si sente forgiato e, per certi versi, rafforzato.
      Tutti noi, figli del Sud, sentiamo le nostre radici allo stesso modo: attraverso un senso di insufficiente consapevolezza di quel contrasto amore/odio che ci portiamo dietro come un fardello. Un fardello scomodo, a volte pesante, che suscita rabbia, sconforto, inadeguatezza nei confronti della vita. Un fardello, però, che sa essere anche risorsa. Dipende da quale prospettiva lo si guarda. A me piace guardarlo dalla prospettiva che scorge quel che realmente è, provando a osservarlo attraverso gli occhi di chi ha saputo vederci dentro altre sfumature, molteplici e dai tanti risvolti: diventando “Uno, nessuno e centomila” e provando a raccontare la bellezza attraverso lo sguardo e le emozioni di molti.

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