Sud

«Cristo si è fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa (…) e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stesso. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria.(…) I grandi viaggiatori  non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e  della redenzione. (…) in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.»

Quando Carlo Levi, intellettuale e uomo di cultura torinese, arriva a Grassano la mattina del 3 agosto 1935, confinato in terra di Lucania perché colpevole di attività antifasciste, scopre dentro di se nuove esitazioni nell’ interpretare quelle  impressioni ignote che non poteva riconoscere come sue, anche solo per ciò che i suoi occhi vedono, per gli odori, per il chiarore della luce del Sud e il calore di un sole che sembra quasi bruciare la pelle.

« Il viaggio […]  è stato assai gradevole, per i luoghi a me ignoti e bellissimi che si traversano […]È una esperienza nuova, che non avrei mai fatto altrimenti; mi si rivela un mondo veramente ignoto, lontanissimo da quanto siamo soliti pensare e vedere, con altre abitudini, altri sentimenti e pensieri, altro aspetto delle cose, delle terre, degli alberi, delle case»

Il paesaggio che si trova di fronte è il paesaggio tipico collinare lucano, contornato e infervorato da un’orditura umana talmente nuova per lui, cresciuto in un ambiente culturalmente e intellettualmente raffinato, da lasciarlo meravigliato e, a tratti,  incredulo.

Ma lui ha occhi per vedere e osservare, nella loro profondità, certi luoghi e certe figure umane che gli rivelano una realtà intrecciata a doppio filo con quelle emozioni che ben presto impara a comprendere, e a chiarire a sé stesso, interpretando ciò che balza agli occhi attraverso la definizione più ampia di quel pensiero meridiano che appartiene a chi il Sud lo vive.

E si affeziona subito a questa cornice: ai volti, alle manifestazioni di umanità sconosciute, ad una coralità di suggestioni che si spingono tanto oltre da imprimere dentro di lui un sigillo che lo attraverserà nelle viscere e che lui stesso non potrà fare a meno di esprimere, raccontandolo  attraverso immagini, parole, suggestioni; con una attenzione estrema, che ripone nelle descrizioni attente di un paesaggio che aveva imparato ad amare, nonostante l’amarezza che si portava dentro e la solitudine apparente che un luogo a lui ostile e non familiare poteva ,a prima vista, riservargli.

Racconta, Carlo Levi,  dello squallore di un abbandono ingiustificato, della rassegnazione che contribuisce al crollo, anche metaforico, di un paese che alle prime piogge non esita a franare, a squarciarsi, a liquefarsi.

E cosa è cambiato oggi? Nulla. Oggi, come allora, le nostre terre crollano, bruciano, si distruggono per poi risanare le ferite, che rimangono solchi ben scolpiti, come i calanchi di Aliano che sono un simbolo di un Sud che ha bisogno di essere guardato dentro per essere capito.

È ad Aliano, dove viene trasferito dopo qualche tempo – perché Grassano risultava essere un luogo troppo raggiungibile e, dunque, poco sicuro –  che Carlo Levi impara a osservare e  comprendere quel mondo attraverso le tante contraddizioni ammassate in quei luoghi. Ed è lì che quell’universo umano, fatto di umiliata e rassegnata sofferenza, ma ornato di una ricchezza forgiata dall’ essenza delle piccole cose, quelle semplici e autentiche che appartengono al mondo contadino,  gli è entrato dentro, imprimendo anche nella sua carne quei solchi d’amore e di contraddizioni di un po’ di Sud che anche un uomo del Nord può portarsi dentro.

Ad Aliano Carlo Levi comprende i contadini lucani trafugando, nel silenzio di quella solitudine e di quello squallore, ciò che scorre nel ventre della loro terra. E Aliano, oggi, è il simbolo del Sud:  il simbolo di una cultura, quella contadina e “paesologica”  che necessità oggi, più che mai, di essere ricompresa attraverso un guardo nuovo affinché “l’Italia interna”, quella dei paesi, della terra, delle radici, della bellezza, della poesia delle piccole cose, possa tornare ad essere l’essenza di una vita “umana”, fatta di condivisione di pensieri e di collettività, lasciando spazio ai sentimenti che possono tornare a galla anche dopo l’ afasia di questo tempo la cui scorza troppo dura fa fatica ad essere solcata.

Emanuela Gioia

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